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giovedì 15 ottobre 2015

Clarissa - Settima parte


Susan, a differenza di sua sorella Beth, amava sentirsi lodare come brava disegnatrice, pittrice e pianista. Come sua madre, desiderava essere buona con tutti ma solo per la gratitudine che riceveva in cambio. Lei ammirava mrs Stevenson, voleva essere come lei ma, ultimamente la sua maman aveva un’altra persona nella sua mente, non più la sua figliola prediletta.
Susan se ne accorse un giorno per caso ascoltando di nascosto una conversazione tra i suoi genitori. Mrs Stevenson stava infatti chiacchierando col marito sulla venuta di O’Connor, la notizia del mese, e di conseguenza stava parlando di Clarissa.
«La giovane miss Wellings non è adatta a quel contadino irlandese. Quella ragazza è cresciuta con le nostre figlie e, se non fosse per la sua condizione, potrebbe essere perfetta per qualsiasi giovane nobiluomo.»
«Già peccato che non sia così.»
«Miss Clarissa è davvero una cara ragazza. Non trovo giusto che i suoi genitori la obblighino a frequentare uno straniero. Fosse inglese potrei capirlo ma un irlandese non posso proprio. Non voglio certo essere cattiva con quella gente ma lui non è dei nostri, non è come noi. Un’altra cultura, un’altra religione… forse dovrei parlare con Mrs Wellings che cosa ne pensi caro?»
«Credo che non dovresti immischiarti tesoro. In fondo è loro figlia non tua e credo che abbiano pensato al suo futuro con discernimento.»
«Forse hai ragione caro…»
Qui la conversazione si interruppe per poi, una volta sorseggiato il the, proseguire con discorsi più frivoli e attinenti al mondo benevolo di mrs Stevenson.
Susan ne ebbe abbastanza di ascoltare e corse fuori piangendo.
In quel pomeriggio di inizio autunno un venticello dispettoso scuoteva le fronde degli alberi già colorati con le loro caratteristiche chiome color ruggine o senape, lasciando ondeggiare nell’aria le foglie variopinte e ormai secche. Susan, circondata da quel turbinio colorato, si diresse verso il parco che circondava il villino. Era arrabbiata con Clarissa: ormai le era divenuta antipatica tanto da farla piangere di rabbia. Sconvolta, cominciò a calciare i cumuli di foglie secche che il vento aveva raccolto qua e là ai piedi degli alberi ormai spogli. Senza accorgersene si ritrovò sulla via che portava, dalla tenuta degli Stevenson, al villaggio. Solo due statue ai lati della stradina indicavano l’inizio della via privata con quella del paese. Susan, ancora incollerita, non prestò subito attenzione al viandante che si stava avvicinando lungo la via.
Una volta accortosi si bloccò all’istante osservandolo silenziosa. L’uomo si avvicinò e, salutatala con un cenno del capo, continuò il suo cammino verso la villa. La ragazza, scioccata da tanta indifferenza, disse:
«Ehi voi! Dove state andando?»
L’uomo le rispose senza voltarsi:
«Da quella parte.»
«Siete stato invitato?»
Il viandante giratosi la osservò pensoso e, sorridendo, le rispose:
«Da chi dovrei essere invitato?»
«Come?!»
Susan gli si avvicinò dicendogli irritata:
«Questa è proprietà degli Stevenson. Non potete stare qui se non siete stato invitato!»
«Ne siete sicura? Non vedo alcun cancello che mi sbarra la strada e nemmeno un cartello.»
«Oh voi irlandesi! Vi ho detto che è proprietà privata! Andatevene da qui!»
«Sapete chi sono?» Gli chiese di rimando con calma.
Susan, sconcertata, gli rispose:
«Certo che lo so! Siete l’attrazione di tutto il villaggio! Ora via di qui!»
Gli intimò con la mano.
«E voi chi siete?»
Gli chiese l’irlandese senza badare all’atteggiamento aggressivo della giovane.
Susan, ormai fuori di sé, trasse un lungo sospiro e gli si parò di fronte dicendogli:
«Sono Susan Stevenson.»
«Beh potevate dirlo prima miss che questa è casa vostra no?!» E le sorrise ma fu solo per un attimo perché continuò in modo serio:
«La vostra abitudine di non aver cancelli è una cosa che non capisco.»
«Io invece non capisco perché non ve ne andate.»
O’Connor la osservò divertito notando il suo visino paffuto rosso di collera e i capelli scompigliati dal vento. Le si avvicinò e, togliendosi il cappello, si inchinò con fare galante. Una volta risistemato il suo cappello da contadino le disse:
«Non preoccupatevi miss ora me ne vado.»
«Bene andatevene…e portatela con voi.»
O’Connor si girò e la guardò in silenzio. Susan continuò stavolta con calma:
«Sì avete capito bene. Non siete qui per lei? Allora fate come vi dico: portatela via!»
«Non posso miss anche se volessi.»
«Sciocchezze! Non siete inglese quindi potete anche tralasciare l’etichetta.»
L’irlandese scoppiò a ridere dicendo:
«Miss Wellings non mi ama. Per quale motivo dovrebbe seguirmi?»
«Ma che importa se vi ama o no! Signor O’Connor, tutti sanno qui che voi siete venuto per sposarvi con lei. Che cosa state aspettando?»
«Forse che rompa il fidanzamento.»
«Quale fidanzamento?»
Susan, incredula, lo guardò in attesa di una sua risposta. O’Connor, osservando il cambiamento d’umore della giovane, sorrise tra sé ma, non avendo voglia di continuare la conversazione, le fece un rapido cenno di saluto e se ne tornò indietro. Susan lo rincorse e lo fermò per un braccio dicendogli:
«Con chi si è fidanzata? Ditemelo!»
Stupito da quella reazione istintiva le disse:
«Chiedetelo al signor Sewer.»
«No! Non può essere con lui.» E stringendogli il braccio continuò:
«Ditemelo!»
O’Connor, inizialmente divertito da quella ragazzina, cominciò ora a innervosirsi e con asprezza disse:
«Con Bresby o Brasty…un tizio con un cognome simile», e con uno strattone si divincolò dalla stretta di Susan che, basita, lo fissò in silenzio. L’irlandese, tornato calmo, si girò a guardarla serio e le disse:
«Siete contenta ora?»
La giovane, come svegliatasi da un sogno, gli rispose parlando quasi tra sé:
«Se maman lo viene a sapere…se la contessa e tutto il villaggio lo sapessero…»
e, guardato O’Connor con mutato interesse gli sorrise dicendo:
«Venite con me, vi presenterò alla mia famiglia. In fondo siete un ospite degli Wellings.»
E così i due giovani si diressero verso il villino, l’una contenta e l’altro decisamente confuso.


***


Mrs Stevenson accolse, stupita, l’irlandese nel suo salottino e, rimasta muta lasciò che la figlia le spiegasse come era avvenuto l’incontro fortuito col giovane. Finito il piccolo monologo, non pieno di eccessiva enfasi che O’Connor, disgustato, fece finta di apprezzare, Susan aspettò la risposta di sua madre che però tardava ad arrivare.
Dalle porte finestre che costituivano una parete del salottino si poteva ammirare il piccolo parco adornato dagli alberi autunnali, uno spettacolo che mrs Stevenson continuava a osservare meditabonda. La sua mente infatti vagava invano dall’idea del fidanzamento di Clarissa con il signor Bresbee a quella più realistica del modo in cui darla, perché era ovvio per Susan e la sua maman che quella notizia dovesse essere di dominio pubblico.
O’Connor, che cominciava a spazientirsi all’idea di rimanere seduto in un salotto con due donne che non conosceva, tossì e disse quasi con stizza:
«Vi ringrazio per il the ma ora devo tornare dai Wellings,» e così dicendo fece moto di alzarsi.
Mrs Stevenson lo prevenne alzandosi lei stessa e, con eccessivo garbo, lo accompagnò alla porta d’ingresso ringraziandolo per la sua visita e, mentre l’uomo usciva, gli disse in tono asciutto:
«Siete dunque sicuro di questo fidanzamento?»
L’irlandese la guardò leggermente scocciato e poi, guardando la via davanti a sé le rispose:
«Come ho già ripetuto a vostra figlia, se non mi credete chiedete al signor Sewer,» e, rimessosi il suo cappello, con un cenno del capo alla donna se ne tornò da dove era venuto.
Mrs Stevenson, tornata in salotto, rispose agli occhi interrogativi della figlia dicendole quasi distratta:
«L’estate è terminata ormai e, come sempre, spetta a noi organizzare l’ultima festa di stagione.»
Susan, non capendo dove volesse arrivare, le rispose:
«Sì ma cosa c’entra la festa col fidanzamento di Clarissa?»
«Quale occasione migliore per dare una così bella notizia se non durante la nostra festa?»
Le rispose gongolando la madre. Susan scoppiò a ridere e si batté le mani dalla gioia. Non vedeva l’ora di vedere la reazione di Clarissa e soprattutto quella dell’ignara contessa di Cruny.
In quel momento entrò Beth che, stupita dalla contentezza della sorella, chiese spiegazioni ma Susan, facendo segno con l’indice alle labbra le disse che era un segreto e che avrebbe dovuto aspettare fino alla festa.
Mrs Stevenson annuì alla sua idea e, come se nulla fosse accaduto, tornò a ricamare il suo bozzetto mentre le due sorelle uscivano in giardino, una saltellando e l’altra seguendola taciturna.
Beth infatti conosceva sua sorella e sapeva bene che quando lei era felice significava che qualcosa bolliva in pentola. Cosa non lo sapeva dire ma il suo sesto senso la mise in allerta.


***


Alcuni giorni dopo gli Wellings ricevettero l’invito della festa in casa Stevenson. L’invito era esteso anche a O’Connor che, dimenticato l’incontro con Susan, si domandava cosa c’entrasse con quella gente. Mrs Wellings invece la prese in allegria, in fondo amava le feste e anche se era dagli Stevenson, ormai era una tradizione presentarsi. E così la famiglia Wellings accompagnati dall’irlandese, alquanto irritato nel dover presentarsi con un completo da damerino (di seconda mano) imprestatogli da Mr Wellings, si ritrovarono puntuali davanti alla villa dei loro vicini.
Accolti dai padroni di casa con eccessiva gentilezza ben presto la famiglia si divise e così Clarissa fu subito libera di gironzolare per i saloni gremiti dai nobili del villaggio. Cercando con gli occhi il signor Sewer che non vedeva da una settimana, si imbatté in Susan che, sorridendole, la prese sotto braccio e, chiacchierando del più e del meno, l’accompagnò al salone principale dove era stata allestita una piccola sala da ballo. La piccola orchestrina ingaggiata per l’occasione suonava in quel momento una quadriglia e molte persone si affollavano in quel ballo. Clarissa, lasciato il braccio di Susan la guardò confusa non capendo le intenzioni della ragazza. Ma i suoi dubbi svanirono quando vide in un gruppetto in piedi vicino a una finestra la figura di Sewer. Il cuore accelerò e, non prestando più attenzione alle parole di Susan, che continuava a parlarle senza mai fermarsi, la salutò con un cenno e si avvicinò al giovane che, una volta notata, si fece largo tra alcune coppie di ballerini e le baciò la mano in segno di saluto. Quel gesto affettuoso fu notato non solo da Susan ma anche da O’Connor che non aveva mai perso di vista Clarissa.
Susan, furiosa, si allontanò lasciando Clarissa e Sewer discorrere allegramente e si ritrovò a sperare che la notizia del fidanzamento arrivasse alla contessa il più presto possibile. Infatti la contessa di Cruny, arrivata tra i primi, era seduta in compagnia delle sue amiche tra cui mrs Stevenson che non le faceva mai mancare la sua parlantina, più frizzante che mai. La contessa, seduta in un angolo del salone da ballo osservava con discreta contentezza le coppie danzare. Le altre dame invece cercavano di dimostrare la loro amicizia alla contessa con discorsi frivoli e mondani.
Mrs Stevenson, notando che la donna stava osservando Clarissa e Sewer, capì che era il momento giusto per parlare e così, alzando un po’ il tono della voce per farsi sentire dalla contessa dato il suono della musica e il vociare degli ospiti troppo alto, le disse sorridendo:
«Vedo che la festicciola è di vostro gusto contessa,» e senza aspettare la risposta continuò accennando ai due giovani, «vedo che avete notato anche voi miss Wellings stasera.»
«Sì, quella ragazza mi è simpatica,» le rispose senza guardarla. Mrs Stevenson proseguì più risoluta volendo arrivare subito al dunque:
«Oh mi fa piacere… e sono certa che farà piacere anche a vostro nipote dato che quando tornerà dovrà organizzare il matrimonio. La vostra benedizione è una cosa meravigliosa e…,» la donna non fece in tempo a terminare la frase che le morì in gola. La contessa la stava ora guardando corrucciata.
Con finto stupore mrs Stevenson le disse:
«Ho forse detto qualcosa che non va?»
«Di cosa state parlando?» Fu invece la risposta accigliata.
«Ah! Non lo sapevate? Credevo che il signor Bresbee vi avesse accennato del suo fidanzamento con…»
«Fidanzamento?!» Proruppe la contessa con il tono più alto della sua voce baritonale. Tutti si girarono a fissarla e anche chi danzava si fermò a vedere cosa stesse accadendo. L’orchestrina, notato il subbuglio, fermò la musica.
Mrs Stevenson, più sconcertata dalla reazione degli ospiti che non quella della contessa, si agitò dicendole con calma:
«Oh mi rincresce contessa, pensavo lo sapeste.»
«Ma di che diamine state parlando mrs Stevenson!» L’aggredì di rimando la donna e, alzandosi tra gli sguardi increduli della piccola folla che le circondava, le disse:
«Mrs Stevenson mio nipote è in guerra e non tollero che si sparli di lui in questo modo!»
«Oh…ma certo, sì…non credevo che…,» ribatté la donna con timore e sgomento.
La contessa, guardatala con disprezzo, con plateale ritegno si diresse verso l’uscita della sala ma fu fermata da O’Connor che le si parò di fronte con noncuranza. La contessa, più irritata che mai, lo guardò fulminandolo con lo sguardo. Il giovane, che vestiva con un abito elegante ma fuori moda, le sorrise dicendole:
«Avete ragione ad andarvene ma se fossi in voi chiederei a quel signore lì qualche notizia in più sul fidanzamento del vostro nipotino,» le disse accennando con un gesto vago al signor Sewer che, muto e incredulo li stava guardando a due passi di distanza. Clarissa, in piedi vicino a lui, lo guardò per un momento confusa.
La contessa, ribollendo d’ira gli rispose squadrandolo:
«E questo tizio da dove salta fuori?» E senza aspettare risposta si girò verso Sewer dicendogli:
«E’ forse un vostro amico signor Sewer?»
«No contessa,» fu subito la risposta.
«E allora perché dovrei chiedervi di questa assurdità?»
«Perché vostro nipote ha parlato al signor Sewer del suo fidanzamento,» si intromise O’Connor sorridendo. La contessa, basita, lo fissò senza replicare e poi guardò Sewer che divenne pallido come un lenzuolo.
«Allora? È vero signor Sewer, quello che sta dicendo?»
«Ecco contessa…,» cominciò il giovane più agitato che mai.
«Dite alla contessa quello che mi avete detto sul treno l’altro giorno,» rincarò O’Connor con un ghigno di sfida sul viso.
Nel frattempo la notizia di un presunto fidanzamento del signor Bresbee si propagò di bocca in bocca e tutti, ormai, erano ansiosi di conoscere la fortunata. Susan gongolava tra sé per il successo ottenuto pregustando il momento in cui il signor Sewer avrebbe rivelato il nome di Clarissa.
Il giovane infatti doveva dire qualcosa, ormai si era esposto troppo e tutto per colpa di una bugia, ma non gli riusciva di dire una sola parola. O’Connor, stanco del comportamento del giovane nobile, parlò per lui:
«Il signor Sewer mi ha fatto intendere che vostro nipote, il signor Bresbee, è fidanzato con Clarissa Wellings.»
Quella frase fu come una scossa elettrica: tutti si agitarono e iniziarono a confabulare tra loro. La contessa, sbiancata di colpo, vagava con lo sguardo ora dal signor Sewer, ora da Clarissa che, caduta dalle nuvole, non sapeva che fare. La donna, infagottata in un elegante ed elaborato vestito di taffettà, all’improvviso sembrò cedere e il suo corpo massiccio, come un palloncino sgonfio, si accasciò sul pavimento. Molti intervennero per aiutare la contessa di Cruny a rinvenire e una folla sbigottita presto si dimenticò di Clarissa e di Sewer che, nella baraonda dovuta al plateale svenimento, furono spinti fuori dalla sala.
I due, ora, si guardarono senza proferire parola. Clarissa, che aveva capito a stento la frase di O’Connor, riconobbe sul viso del “suo” Michael lo sgomento di chi aveva fatto un’azione ignobile.
La giovane lo afferrò per un braccio e, sussurrando, gli disse:
«Dimmi che non è vero.»
Sewer la guardò sconfortato ma, invece di replicare, abbassò lo sguardo rimanendo muto. Clarissa, facendo qualche passo indietro gli disse tra le lacrime:
«Perché lo hai fatto? Perché hai messo in mezzo Arthur? Se davvero non mi vuoi… perché gli hai detto quella falsità? Perché?» e, non riuscendo più a trattenersi, corse fuori dalla villa.
I valletti delle varie carrozze, che bighellonavano vicino ai veicoli, la osservarono curiosi notando il suo viso sconvolto. Clarissa, non sapendo dove andare, prese di corsa la via che portava alla strada del villaggio ma fu raggiunta e fermata da Sewer che, ansimante, le disse:
«Credevo che avesse capito che era una burla. Quell’irlandese ha preso un abbaglio!»
«Lasciami in pace Michael! Non voglio più vederti!» E così, si divincolò e corse verso la strada immersa nella foschia serale, lasciando il giovane confuso e rammaricato.