lunedì 29 giugno 2015

Shien in biblioteca

Una copia cartacea del mio romanzo Shien è presente nella biblioteca di Fontaniva (Pd) ed è inserita nel circuito bibliotecario della provincia di Padova.

giovedì 18 giugno 2015

Clarissa - Quarta parte


La famiglia Wellings arrivò a destinazione, e più precisamente in un piccolo villaggio irlandese immerso in una campagna lussureggiante, verso sera durante un tremendo temporale. Non è difficile immaginarsi con quale stato d’animo la famigliola suonò alla porta di un certo O’Sallivan, il proprietario terriero della maggior parte della campagna confinante col villaggio.
Il signor O’Sallivan, che si aspettava l’arrivo dei Wellings per il giorno seguente, fu piacevolmente sorpreso nel trovarsi di fronte, una volta aperta la porta, il trio fradicio e stanco. Senza troppe cerimonie il signorotto li accompagnò nelle loro stanze ringraziandoli della loro visita e dopo qualche momento la domestica servì loro la cena con modesta cortesia.
Clarissa, stanca dal viaggio, quasi non toccò cibo mentre al contrario i suoi genitori fecero incetta di ogni lecornia che la domestica aveva portato. La giovane, osservandoli mangiare, sorrise tra sé ma subito cominciò a osservare dalla finestra lo spettacolo della natura, in quell’ora serale flagellato dal vento e dall’acqua. La giovane ben presto si immerse nei suoi pensieri e il ricordo della festicciola di Arthur Bresbee la fece arrabbiare. Il suo sguardo ora si posò su di un albero le cui fronde si piegavano a tratti a causa del vento e, per qualche strano gioco mentale, Clarissa si raffigurò quella pianta come se fosse una persona che le si inchinasse per chiedere perdono. La giovane, irritata da quell’immagine, distolse lo sguardo e con amarezza pensò ad Arthur e alle ultime parole che le aveva detto quel giorno. Le aveva proposto di fare una gita con lui e i suoi amici e questo era apprezzabile tuttavia, ciò che fece irritare la giovane fu il modo con cui Bresbee la invitò: come se fosse un rimedio al torto che le aveva fatto qualche minuto prima. Una specie di "perdono" tramutato in un invito e così Clarissa, supponendo che fosse questa la motivazione, e non il sincero piacere di Arthur di stare in sua compagnia, inventò la scusa del viaggio in Irlanda.
I ricordi d’un tratto le si affollarono nella mente e l’immagine di Arthur si sovrappose inaspettatamente a quella del signor Sewer. Quel Michael Sewer che l’aveva invitata a passeggio senza apparente motivo e che alla festicciola si era dimostrato brusco e freddo soprattutto nei confronti di Arthur. Clarissa non sapeva spiegarsi il motivo ma il suo risentimento nei confronti del nobile Arthur venne spazzato via quando la sua mente cercò di riordinare le idee riguardo a Sewer. I sentimenti di un tempo riemersero pian piano ma la giovane, confusa più che mai, cercò di tornare al presente e, scacciando tutti quei pensieri, cominciò a sistemare le sue cose nella propria stanza e a cambiarsi per la notte. Accorgendosi poi che i genitori si erano già addormentati da parecchio sospirò tristemente e, finalmente sotto le coperte, chiuse gli occhi cercando di non pensare a nulla sebbene fosse impossibile a causa del suo cuore in tumulto.

La mattina seguente fu una piacevole sorpresa per la giovane. Il podere del signor O’Sallivan era immerso in un paesaggio da fiaba. La casa del signorotto in realtà era una dependance di un antico castello costituito oramai da un alto torrione quasi totalmente invaso dalle piante. Il rudere era tuttavia imponente e Clarissa quella mattina si fermò a osservarlo a lungo. In Inghilterra non esistevano tipologie di castelli come quello infatti era costituito da un’unica grande torre che, nel suo antico splendore, doveva essere formata da diversi piani uniti tra loro da un'unica scala che ancora si poteva notare sotto la fitta vegetazione. O’Sallivan aveva ereditato quel rudere, e il caseggiato attiguo, dalla propria famiglia e, insieme ad esso, una distesa di campi e appezzamenti semi abbandonati. Ovviamente quel signorotto era comparabile a un piccolo nobile rispetto ai ricchi inglesi ma in quel luogo O’Sallivan era rispettato e temuto come un vero Lord.
Mr Wellings, commerciante con grande esperienza, aveva individuato in quel signore la propria possibilità di riscatto. Prendendo accordi con quel uomo avrebbe di certo accresciuto i propri guadagni e con essi il proprio prestigio in patria. Clarissa, totalmente ignara dei piani di rivalsa sociale del padre, si apprestava ora a "esplorare" quel territorio dove il verde brillante la faceva da padrone. Camminando lungo un vialetto affiancato da entrambi i lati da un basso muricciolo si sentì tranquilla e spensierata. La tempesta del giorno prima aveva lasciato sull’erba e sulle piante un velo di rugiada che al sole brillava come tanti diamanti inoltre l’aria era piacevolmente fresca e la giovane si sentì rinascere. I pensieri della sera precedente erano spariti lasciando spazio solo alla meraviglia di quel luogo. Al di là dei muriccioli si potevano notare i campi dove stavano pascolando greggi di pecore di varie razze. Il territorio leggermente collinoso era così puntellato qua e là da chiazze di colore uniforme, segno della presenza di qualche gregge. L’unico fatto che a Clarissa provocò non poche lamentele fu la condizione del vialetto: un’immensa sequenza di pozze d’acqua. La giovane non si soffermò a pensare che forse quel vialetto, ridotto in un susseguirsi di pozzanghere e fango a causa della pioggia, era utilizzato dai carri e non di certo dai paesani che non avevano motivo di indugiare per quei campi in periferia.
Clarissa, scocciata da quel contrattempo e indecisa se proseguire o meno, notò qualche passo più in là, un cancello che si apriva su di un campo in apparenza privo di fango. Con qualche difficoltà arrivò al cancello aperto e, felice di constatare che i suoi stivaletti e l’orlo della sua gonna erano indenni dal fango che la circondava, avanzò nell’erba. Camminando in mezzo al campo si soffermò a osservare il paesaggio che si apriva ai suoi occhi. Notò in lontananza dei contadini intenti a zappare la terra e, in un altro appezzamento, dei carri con sopra delle bestie. Incuriosita la giovane si avvicinò ai pastori e agli animali che a prima vista sembravano pecore ma la loro stazza e le vistose corna erano tipiche dei montoni. A Clarissa, che ovviamente non si intendeva di ovini, sembrarono solo delle pecore strane e grosse quindi, senza paura, avanzò ingenuamente verso di loro. Il muricciolo che delimitava i campi ora era molto più basso rispetto a quello del vialetto e fu facile scavalcarlo. Gli uomini, intanto, non si erano accorti di lei immersi come erano nelle loro faccende ma gli animali invece sì. La presenza della ragazza fu subito notata dai montoni che la osservarono dapprima con curiosità.
Qualche montone le si avvicinò pian piano con titubanza e Clarissa, contenta nel vedere quelle bestie così docili, cercò di accarezzarle ma, evidentemente, il suo gesto fu interpretato come una minaccia e un maschio le si piantò di fronte abbassando il muso in segno di difesa. Le sue corna ricurve erano grandi e sarebbe bastato un colpo bene assestato per far del male a una persona. La giovane, avvertendo solo allora il pericolo, gridò di paura e i pastori si girarono a osservarla. Uno di loro le disse in irlandese di stare calma e di non muoversi ma Clarissa non lo intese e indietreggiò pian piano. Nel frattempo altri montoni le si erano avvicinati con fare minaccioso. I pastori, allarmati, scesero dai carri e cercarono di allontanare i montoni tuttavia le bestie erano molte e la loro stazza rendeva difficile acciuffarle con le sole mani. Clarissa, in preda al panico, non sapeva che cosa fare e le urla di quegli uomini non la facilitavano. D’un tratto un cavaliere, probabilmente il capo di quegli uomini, si intromise col suo cavallo tra la giovane e i montoni e con la frusta disperse il gregge che, con l’aiuto dei cani, fu raggruppato verso l’altra estremità del campo. Clarissa, quasi svenuta, si accasciò a terra e si sentì mancare l’aria. Di fronte a lei il cavaliere la stata osservando senza dire una parola. Evidentemente aveva intuito chi fosse perché, dopo qualche secondo le disse:
«Non vi hanno mai detto di non girovagare per i campi? Eppure venite da un posto civilizzato!»
E dicendo questo chiamò a gran voce un uomo intento al gregge e gli disse in modo spiccio di accompagnare la ragazza a casa sua. Il pastore, un uomo robusto e con una barba incolta, gli rispose di non sapere chi fosse la giovane e dove abitasse. Il cavaliere, sceso allora da cavallo, squadrò Clarissa che era rimasta imbambolata a osservarlo, e le chiese infastidito:
«Siete ospite del signor O’Sallivan vero? » e, senza aspettare risposta, l’aiutò a tirarsi su e la guardò fisso negli occhi. Clarissa, notando i suoi modi bruschi e come la osservava, si imbarazzò molto e abbassò lo sguardo per nascondere le lacrime che cominciavano già a scenderle dalle guance rosse di vergogna. L’uomo, notato ciò, sospirò dicendole di non piangere e, come se fosse una piuma, la fece salire sul cavallo e, salito lui stesso, disse al pastore, che lo stava fissando immobile, di avvertire il resto degli uomini perché avrebbe riportato indietro la giovane.
Incitato il cavallo partirono al trotto e in poco tempo arrivarono al casolare del signor O’Sallivan. L’uomo fece scendere Clarissa senza troppe cerimonie e, senza dirle una parola, bussò alla porta. L’incidente fu subito accolto da esclamazioni di sorpresa da parte sia degli O’Sallivan che da parte dei genitori di Clarissa convinti che fosse rimasta nella sua stanza per tutto quel tempo. La giovane, che avrebbe voluto ringraziare il cavaliere sconosciuto, non ebbe modo di affrontare quel discorso perché l’uomo, salutati i presenti e accettati i ringraziamenti e le scuse da parte dei Wellings, se ne tornò al trotto da dove era venuto senza dire una sola parola in più.
Rimasti soli con Clarissa i genitori vollero farle un bel discorsetto sul suo modo di fare perché in fondo non erano in Inghilterra ma in un paese diverso e quindi doveva seguire le loro regole. La giovane ascoltò senza replicare ma quando sua madre le disse che avrebbe dovuto ringraziare personalmente il suo salvatore Clarissa divenne rossa e piena di imbarazzo le disse:
«No! Lo avete già ringraziato e poi, non avete visto come si è comportato? Non avrebbe senso andare di nuovo da lui per ringraziarlo nuovamente»
«Clarissa! Ma non ti ho forse insegnato le buone maniere?! Andrai a scusarti per il disturbo che hai provocato e lo ringrazierai per il suo aiuto. Se non fosse stato per lui chissà che cosa ti sarebbe successo! »
Mrs Wellings non riuscì a continuare tanto la commozione le rese incerta la voce e così suo padre finì il discorso per lei:
«Tua madre ha ragione. Oggi stesso, quando ti sarai calmata, farai una visitina a questo gentile signore e lo ringrazierai. Gli porterai qualche dolcetto, non so, perché le signorine da bene si comportano così»
Clarissa li guardò stupefatta: e il suo orgoglio dove lo metteva? Dentro di sé si disse che mai e poi mai avrebbe ringraziato un uomo così brusco e maleducato: insomma l’aveva trattata come un sacco di patate. No! Arthur e nemmeno Sewer l’avrebbero mai trattata in quel modo.
Ma tantè dopo pranzo la giovane fu accompagnata dal signor O’Sallivan a fare una visita al suo salvatore. La casupola era piccola e circondata da un giardino incolto. Quel luogo mise in agitazione la giovane ma il signor O’Sallivan le sorrise e, accompagnandola alla porta, le disse:
«Il signor O’Connor può sembrare antipatico a prima vista ma in fondo è un buon giovane»
Clarissa, soffermandosi sulla parola giovane, si confuse ancora di più ma non ebbe il tempo di chiedere altre spiegazioni perché la porta si aprì in quel momento.
Il signor O’Connor li squadrò con freddezza ma fu solo un attimo perché subito si rivolse a Clarissa chiedendole:
«State meglio? »
«Sì signore…» gli rispose senza guardarlo negli occhi.
Il signor O’Connor li lasciò entrare in casa dicendo, forse a se stesso:
«Non badate al disordine…» e poi, ricordatosi che c’era anche O’Sallivan, disse a quest’ultimo:
«Il viaggio è stato complicato ma le bestie sono tutte e in buona salute»
«Perfetto signor O’Connor. Siete una garanzia per queste questioni»
Il giovane sorrise un po’ imbarazzato e Clarissa, per la prima volta da quando lo aveva incontrato, si stupì nell’osservare i suoi occhi azzurri. Gli occhi di quello sconosciuto erano così simili a quelli di Arthur eppure erano tremendamente diversi. Lo sguardo di Arthur era solare ed esprimeva la gioia di vivere mentre lo sguardo del signor O’Connor era freddo e indagatore tuttavia, raramente, i suoi occhi brillavano di gioia. Fu proprio allora che Clarissa notò quel repentino mutamento di spirito ma fu solo un attimo perché ora l’uomo la stava osservando serio. La giovane, confusa, gli porse il pacchetto con i dolcetti e lo ringraziò di cuore ma senza guardarlo.
O’Connor accettò il pacchetto e, in tono schietto, le disse:
«Il vostro posto non è nei campi quindi vi consiglio di non disturbarci più con le vostre passeggiate… o forse non avete di meglio da fare? »
Clarissa lo guardò rossa di vergogna ma subito il signor O’Sallivan replicò scherzosamente:
«Avanti James non siate così brutale con la giovane miss. È appena arrivata dall’Inghilterra, si deve ancora abituare ai nostri ritmi»
«Allora è meglio per voi se vi abituate rapidamente miss» le disse guardandola fisso negli occhi. Clarissa, cercando di stare calma e di trattenere le lacrime, gli rispose con voce tremante d’ira:
«State certo che non vi infastidirò mai più».
A quelle parole il signor O’Connor sorrise tra sé e, rivolgendosi ora al suo amico, disse:
«Avrei altri impegni ora quindi, se permettete, dovrei andare».
Il signor O’Sallivan subito lo salutò e accompagnò Clarissa al calesse. La giovane ora non riusciva più a distogliere il suo sguardo dal viso di O’Connor tanto il suo cuore era pieno di risentimento. Il giovane invece la osservò andarsene con curiosità e con una punta di tristezza. Solo allora cominciò a riflettere su come aveva trattato quella giovane ma, distogliendo lo sguardo, si disse che non era il caso di fingere gentilezza quando in realtà non gli premeva affatto quella ragazzina. Tuttavia, inaspettatamente, il ricordo della giovane lo accompagnò per tutto il giorno e con disappunto si avvide, verso sera, che forse si era comportato in modo un po’ troppo brusco con lei: in fondo era una donna e non un suo pastore. Finalmente, prima di prendere sonno, decise che si sarebbe scusato per i suoi modi poco gentili ma subito il suo orgoglio ne risentì e così passò la notte insonne. 

I giorni seguenti passarono molto lentamente per Clarissa abituata come era alla sua vita in Inghilterra. Ogni giorno infatti la sua famiglia riceveva la visita di qualche parente o di qualche caro amico, inoltre non poter passeggiare da sola per i campi e il fatto di stare chiusa in casa rese le sue giornate alquanto monotone e tediose.
L’unica novità fu una serata danzante che quel sabato si sarebbe svolta all’interno della sala comunale del villaggio. I Wellings furono ovviamente invitati come ospiti d’onore in quanto stranieri e amici del signor O’Sallivan. Clarissa fu felice di poter indossare una volta tanto un vestito da sera che si era portata da casa e così alla festa la famigliola si presentò tutta in ghingheri. Quando entrarono con un certo fare regale i paesani li guardarono esterrefatti. In verità era presente l’intero villaggio e quella gente, contadini e pastori, non avevano mai visto tanta eleganza e presto tutti vollero salutarli e si creò in poco tempo attorno al trio una piccola folla. Clarissa, stupita da tanto clamore, si guardò attorno e notò con delusione che i paesani non vestivano abiti eleganti, perché in fondo non ne avevano, e che la sala sembrava più un’enorme stanzone poco adorno e illuminato e non certo una sala da ballo a cui era da sempre abituata.
Mrs Wellings, con disappunto, rimarcò gli stessi pensieri della figlia quando le disse all’orecchio:
«Ma dove siamo capitate? E che razza di festa è? »
Ma mr Wellings le disse in tono fermo:
«Siamo ospiti di questa gente quindi non lamentarti ma saluta con educazione. Anche tu Clarissa! »
notando che la giovane non manifestava alcuna emozione. Ben presto il signor O’Sallivan, a braccetto con sua moglie, li accompagnò al loro tavolo e si mise a conversare amichevolmente con i suoi genitori mentre Clarissa, rimasta in disparte, osservava tutto con muto stupore.
Ad un tratto, in un angolo del salone, alcuni uomini cominciarono a suonare violini, tamburelli e fisarmonica e la gente si mise a ballare in coppia al centro della stanza. La musica era allegra e molti di quelli che erano rimasti seduti nei pochi tavoli addossati alle pareti, iniziarono a chiacchierare rumorosamente e a bere della birra. Clarissa, sconvolta da tutto quel caos vivace, non sapeva che fare ma quando si avvide che un uomo le chiedeva gentilmente se voleva ballare rifiutò con fermezza. Quei balli non li conosceva e non voleva certo fare una brutta figura quindi tentò in ogni modo di rifiutare i ripetuti inviti che le venivano offerti da parecchi signori. Quando suo padre si avvide del comportamento poco socievole della figlia si adirò non poco e con stizza la obbligò a ballare. E così Clarissa venne catapultata nella baraonda generale e si ritrovò a danzare in modo alquanto strano, ai suoi occhi, con gente totalmente sconosciuta ma decisamente allegra e cordiale.
L’atmosfera festosa contagiò pian piano Clarissa che dopo qualche ballo cominciò a lasciarsi andare e i passi le divennero in poco tempo familiari. Accorgendosi poi che anche sua madre era divenuta allegra, forse grazie a un boccale di birra bevuto per curiosità, la giovane si sentì felice e rise di gusto quando anche mrs Wellings fu invitata a ballare dal signor O’Sallivan.
La festa non poteva andare meglio ma Clarissa, notando la presenza del signor O’Connor in un angolo che la fissava serio, si confuse e tutta la magia della serata svanì. Tutto le tornò tedioso e la infastidì così decise di uscire dalla sala per prendere una boccata d’aria.
Il corridoio, in penombra rispetto alla sala illuminata a giorno, era in quel momento vuoto. La giovane si appoggiò al davanzale di una finestra e, pensierosa, cominciò a osservare il paesaggio irlandese che si stagliava, nella debole luce lunare, davanti a sé. Sospirando cercò di tornare serena come prima ma il pensiero che quel O’Connor l’avesse vista la fece fremere di rabbia. Chiuse gli occhi cercando di scacciare l’immagine di quell’uomo ma la sua voce d’un tratto la fece girare di scatto.
«Vi state divertendo miss? »
«Sì signore» gli rispose in tono asciutto.
O’Connor le si fece accanto e, guardando fuori, le disse:
«Stasera è una bella serata e voi ballate davvero bene».
Il giovane, che cercava di essere cortese, tentò di sorriderle ma il suo orgoglio soffocò la sua gentilezza e così, dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante, sbottò:
«Siete fin troppo elegante per questi qui» indicando la porta del salone da dove provenivano le musiche e gli schiamazzi gioiosi. Clarissa lo guardò in malo modo ma il giovane non notò il suo sguardo e continuò:
«Noi siamo gente semplice e di buon cuore e, come vedete, ci divertiamo con poco. Non c’era bisogno di pavoneggiarsi come avete fatto. Tutti qui sappiamo che siete degli inglesi ricchi, non serviva questa messa in scena…».
La giovane, ormai furiosa, lo apostrofò dicendogli:
«Ma che cosa volete? Non vi ho forse ringraziato per il vostro aiuto? Lasciatemi quindi in pace! » e così dicendo si mosse per tornare nella sala ma O’Connor la fermò per un braccio. Con il cuore in gola Clarissa lo guardò negli occhi senza dire nulla. I due giovani si fissarono a lungo senza dire una parola e la giovane notò qualcosa di nuovo nello sguardo di lui. Dopo qualche minuto O’Connor la lasciò andare e le sorrise dicendo:
«Sapete, il vostro viso non mi ha fatto chiudere occhio stanotte»
«E con ciò? Ne ho forse colpa? » gli rispose confondendosi alquanto.
O’Connor la osservò senza rispondere e poi, come se si fosse ricordato solo allora di un impegno, se ne andò verso l’uscita lasciando Clarissa stupefatta.
La serata per Clarissa fu da allora un tormento. Il viso di O’Connor continuava ad affacciarsi nella memoria e le sue parole la confusero. Tornata a sedersi al suo posto non si mosse più e fu come se un’altra ragazza avesse preso il posto di Clarissa da quanto il suo umore era cambiato. I suoi genitori, accortosi di ciò, decisero che era il momento di andarsene e così, insieme agli O’Sallivan, tornarono tutti al casale chiacchierando allegramente. Tutti tranne la giovane Clarissa che, chiusa in un silenzio ostinato, non proferì parola.

***

James O’Connor era un giovane schivo e dai modi schietti. Era figlio del fattore di fiducia del signor O’Sallivan. Divenuto orfano fin da piccolo fu cresciuto dagli O’Sallivan che lo trattarono sempre come un figlio. I figli naturali del signorotto emigrarono in America in cerca di fortuna e così James divenne il pupillo del proprietario terriero. Questo non facilitò la vita del giovane perché divenne il fattore dei possedimenti degli O’Sallivan e questo comportò molte responsabilità.
A differenza del coetaneo Arthur Bresbee, James O’Connor era quindi un uomo fattosi da sé ed estremamente pratico. I suoi modi esprimevano in pieno il suo carattere fiero e orgoglioso, lontano dalle logiche della "cortese gentilezza" tanto di moda allora nei salotti di nobili e borghesi europei.
O’Connor era così simile a Michael Sewer e non al poeta e sognatore Arthur Bresbee. Tuttavia Sewer era estremamente timido e, vissuto nel bel mondo londinese, era cresciuto seguendo fedelmente le regole non scritte dell’etichetta nobiliare. Era un perfetto gentleman, cosa che aveva affascinato Clarissa fin dal loro primo incontro.
Paragonare i tre giovani fu una tortura mentale a cui Clarissa si dedicò quasi in modo involontario da quella sera in avanti. I giorni infatti passarono monotoni come sempre in quel luogo straniero ma le visite di O’Connor divennero sempre più numerose. Infatti il giovane, essendo il fattore, doveva sempre consultarsi col padrone ovvero con O’Sallivan e così Clarissa ebbe modo di osservarlo a fondo. Ogni suo gesto e ogni parola vennero analizzati dalla giovane che catalogava in un taccuino gli aspetti positivi e negativi del giovane. Alla fine per lei O’Connor divenne un passatempo e le sue visite divennero routine.
L’estate arrivò anche in Irlanda e le giornate cominciarono a essere gradevoli. Il sole non tormentava con il suo calore afoso e il venticello che spirava sempre da ovest era fresco. Gli O’Sallivan decisero allora di fare una gita sulla costa e invitarono i Wellings. Clarissa, felice di poter vedere l’oceano per la prima volta, aspettò con ansia il giorno della partenza. Si stupì però nel sapere che O’Connor avrebbe fatto parte della combriccola. Lei non lo voleva accanto a sé.
Arrivato il giorno della gita, con trepidazione tutti salirono in carrozza: il tragitto non sarebbe durato che poche ore. Clarissa, salita con i suoi genitori si avvide che il posto designato per O’Connor fu proprio quello di fronte a lei. Scocciata nel dover stare di fronte al ragazzo si chiuse in un silenzio risentito e questo provocò un certo piacere al giovane che non aveva per nulla voglia di chiacchierare.
In quel luogo la costa rocciosa creava dei pendii vertiginosi a strapiombo sull’oceano sottostante che si infrangeva con moto continuo e cadenzato sugli scogli. Il vento spirava dall’orizzonte ignoto, che sembrava una tenua linea azzurrina che a mala pena si scostava dal colore uniforme del cielo, che in quel giorno era sgombro da nubi.
L’immensità dello specchio d’acqua lasciò senza parole Clarissa e O’Connor, osservandola, le disse d’un tratto in un sussurro:
«Ecco ora sapete che cosa provo quando vi vedo…»
La giovane si girò a fissarlo incredula ma non gli rispose. Lo sguardo del giovane era di nuovo cambiato: ora era felice. Confusa Clarissa tornò a guardare l’oceano ma una strana inquietudine l’assalì. In fondo per tutte quelle settimane lo aveva detestato e si era convinta che quel sentimento fosse da lui ricambiato tuttavia quella frase fece crollare le sue convinzioni come un castello di carte sotto a una potente folata di vento. Giratosi lo osservò di nuovo e gli disse dopo qualche secondo:
«Ma voi non mi sopportate!»
«Quello che non sopporto è il fatto che siete sempre nei miei pensieri, non voi» e la guardò sorridendo. I suoi occhi chiari brillavano ora più che mai. Ancora più confusa Clarissa replicò quasi infastidita:
«Vi state prendendo gioco di me»
La reazione di O’Connor la sorprese alquanto: alle sue parole scoppiò a ridere di gusto e, soffocando le risa, le rispose:
«Un giorno mi capirete vedrete»
«Sciocchezze!» fu la risposta repentina di lei e, con fare sbrigativo, si avviò verso i genitori che stavano chiacchierando insieme agli O’Sallivan.
Clarissa, per il resto della gita, cercò così di non badare a O’Connor e di ascoltare con attenzione le chiacchiere del resto del gruppo. Come sempre mrs Wellings si mise al centro dell’attenzione generale introducendo interessanti argomenti di conversazione come la nascita geologica di quelle scogliere o le varie leggende che legavano quel luogo a un sito di culto degli antichi celti.
Il signor O’Sallivan fu sorpreso nel riconoscere nella sua ospite tanto amore per la conoscenza e, come se il resto del gruppo non esistesse, i due cominciarono a divagare in quegli argomenti che evidentemente interessavano solo a loro due.
Dopo aver consumato il pranzo al sacco la comitiva decise poi di tornare al villaggio ma quando furono di fronte al casolare degli O’Sallivan, la domestica corse loro incontro dicendo trafelata che era arrivato da poco un signore dall’Inghilterra. Tutti si stupirono a quella notizia dato che gli O’Sallivan non aspettavano altri ospiti. Così, quando entrarono in salotto, la visione del signor Sewer ammutolì i presenti.
Il giovane era conosciuto dal signor O’Sallivan in quanto la tenuta del giovane era nella stessa contea del villaggio tuttavia non era frequente la sua visita e soprattutto non direttamente a casa del signorotto che, difatti, rimase basito quando il giovane, leggermente imbarazzato gli disse porgendogli la mano in segno di saluto:
«Buongiorno signor O’Sallivan. Mi dispiace disturbarvi senza preavviso ma ho una notizia importante da riferire a miss Clarissa» e così dicendo si avvicinò alla giovane che, rossa d’imbarazzo, non sapeva che cosa fare.
Un pensiero balenò in quel momento nella mente di tutta la famiglia Wellings: Sewer voleva dichiararsi a lei e i genitori, muti e speranzosi, lo guardarono benignamente mentre O’Connor, rimasto in disparte, lo osservò pensieroso.
Davvero era giunto fin lì per dichiararsi o c’era un altro urgente motivo? 


Quinta parte 

domenica 14 giugno 2015

Illustrazioni

A differenza dell'ebook, all'interno del mio romanzo Shien in brossura (ovvero in cartaceo) sono presenti alcune illustrazioni in bianco e nero fatte da me.

Qui se ne possono vedere alcune a colori.

giovedì 11 giugno 2015

Clarissa - Terza parte


Mrs Wellings era solita recarsi il sabato mattino al negozio di dolciumi di mrs Johnson che si trovava lungo la strada principale del paesino. I pasticcini di mrs Johnson erano apprezzati da tutti fuorché dalla contessa di Cruny, che li detestava più per motivi di orgoglio che di gusti.
Mrs Wellings, nonostante la sua non più giovane età, era ammirata per il suo portamento e, quando entrò nel negozio col suo incedere elegante, fece bella mostra del suo vestito a righe color lavanda.
Le donnine sedute ai tavolini si girarono a osservarla curiose e subito mrs Johnson le si fece accanto chiedendole con cortesia quali dolciumi volesse ordinare allora.
La donna le indicò qualche pastina e, mentre la padrona del negozio armeggiava con i dolciumi, mrs Wellings lasciò vagare lo sguardo per lo stanzone e si accorse con suo disappunto che mrs Stevenson la stava salutando da un tavolino non lontano.
Le due donne ufficialmente erano grandi amiche ma la segreta invidia di mrs Wellings per il rango nobilare dell’altra, le causava sempre una forte emicrania. Capitò anche allora e con un discreto sorriso accennò un cenno di saluto. L’eimicrania cominciava a farla soffrire e, quasi spazientita, prese con sveltezza il pacchetto che le porgeva mrs Johnson dimenticandosi per un attimo delle buone maniere. La negoziante la guardò stupita domandandosi come mai avesse così tanta fretta ma, accortosi che la stava pagando, scacciò quella impressione dicendole sorridendo:
«Grazie Mrs Wellings e buona giornata».
Mrs Wellings borbottò anch’ella la sua frase cortese di circostanza e guadagnò subito l’uscita. Ripreso fiato cominciò a camminare in direzione della chiesa del paese, di lì avrebbe proseguito lungo il viale alberato. Intenta a osservare le vetrine dei negozi lungo la via presto si fermò e, assorta nella contemplazione di uno scialle color crema di ottima fattura, non si avvide dell’avvicinarsi di una donna alle sue spalle.
La vocina timida della donna la fece girare di scatto e subito fu inondata da quel malessere che le era tanto familiare. Mrs Stevenson, così minuta e fagottata nel suo scialle marroncino, sembrava una popolana in confronto all’eleganza di mrs Wellings. Tuttavia il vestiaro della nobildonna non doveva trarre in inganno perché mrs Stevenson aveva ben altre qualità che la sua invidiosa amica non tollerava. Ad esempio mrs Stevenson era dotata di una pazienza e di una bontà fuori dal comune e il fatto di avere due figlie, Susan e Beth, già perfettamente a loro agio in società, cosa che non si poteva dire di Clarissa, era un punto a suo favore. Oltre a ciò quello che mrs Wellings non sopportava di più era anche, e soprattutto, il fare fin troppo cerimonioso dell’altra. Mrs Stevenson era così agli occhi della borghese mrs Wellings fin troppo cortese, fin troppo gentile e fin troppo educata. Dove volesse andare a parare con le sue smancerie la donna non sapeva spiegarselo e quindi, con aria interrogativa, aspettò che l’amica cominciasse il suo monologo che, dopo qualche secondo, non tardò ad arrivare:
«Buongiorno Mrs Wellings! Sono davvero contenta di vedervi.Vi ho visto da Mrs Johnson qualche minuto fa e mi siete sembrata un po’ di fretta. Sono lieta quindi di potervi rivedere e discorrere con voi con più calma. D’altronde al negozio c’erano molte persone e sarebbe stato disdicevole invitarvi davanti a tutti perché so bene che siete una persona riservata e la troppa attenzione vi stordisce. Indossate tuttavia un meraviglioso vestito Mrs Wellings e di certo le attenzioni dei passanti devono essere tutte per voi. Ammiro il vostro buon gusto, in verità vorrei un giorno invitarvi a fare compere in mia compagnia sempre se non vi disturba. Il mio gusto in fatto di vestiario non è proprio buono come vedete anche se molto comodo».
Tutto quel discorso, fatto senza un’apparente pausa, infastidì non poco mrs Wellings che sentì la sua emicrania aumentare esponenzialmente alla quantità di parole che la sua amica continuava, sempre sorridendo, a pronunciare. Ben presto le parole della donna cominciarono, nella mente di mrs Wellings, a ingarbugliarsi fino a quando divenne un vociare sommesso di sottofondo ai suoi pensieri. Le due donne, che ora stavano camminando lungo la via principale, sembravano apparentemente immerse in una fitta chiacchierata che in verità era tutta a favore di mrs Stevenson.
Infatti la sua amica, che le procedeva a fianco, le rispondeva a monosillabi senza capire quasi nulla di quello che le stesse dicendo. D’un tratto però mrs Stevenson accennò a Clarissa e il nome di sua figlia la fece tornare in sé. In un attimo l’emicrania le passò e, con le orecchie tese, ascoltò quello che l’amica le stava dicendo allora:
«Vostra figlia miss Clarissa è davvero un’ottima giovane. Le mie due figlie sono davvero contente di poter avere un’amica tanto gentile e buona. Sono altresì dispiaciute che non possa andare in loro compagnia in gita presso Amesbury»
«Amesbury?! Non è molto lontano da qui…» si intromise mrs Wellings pensierosa.
«Le mie due figlie mi hanno raccontato che non lontano da questo paese si trova un sito interessante. Mi hanno spiegato che in cima a una collina ci sono delle grandi pietre poste in cerchio risalenti a un’epoca remota. Affascinante non credete Mrs Wellings?»
L’amica, che le rispose affermativamente con un cenno del capo, cercò di capire dove la nobildonna volesse arrivare col suo discorso contorto ma, alla fine, si arrese e l’ondata di parole di mrs Stevenson ricominciò con nuovo slancio. Nel frattempo avevano superato la chiesa, salutato il Pastore e alcuni signori con cui stava conversando, e ora stavano camminando lungo il viale alberato.
Il flusso di parole dell’amica fece ripiombare mrs Wellings nella sua penosa emicrania e, non sapendo come concludere definitivamente quell’insopportabile chiacchiera e, vedendo che la propria villa era ancora lontana, decise di cambiare discorso e disse troncando di netto la frase dell’amica:
«Da quello che mi ha riferito mia figlia la festicciola del signor Bresbee è stata un successo»
«Oh sì! Le mie due figlie sono state davvero felici di esserci state. Come vi ho detto poco fa, è stata alla festa del signor Bresbee che hanno deciso di fare la gita vicino a Amesbury. Vostra figlia non può andarci ed è davvero un peccato».
Mrs Wellings, caduta allora dalle nuvole, si convinse di aver perso la parte più interessante di tutto quel contorto discorso e, maledicendosi tra sé per non averlo ascoltato con più attenzione, tentò di formulare il modo per estorcere di nuovo alla sua amica le informazioni più importanti. Una tra tutte: perché Clarissa non sarebbe andata in gita con i suoi amici? Non c’era alcun motivo per rifiutare un invito ma si ricordò allora del carattere fin troppo schivo e timido di sua figlia e, sospirando, non replicò alle parole di mrs Stevenson che, attenta, la osservava ora con curiosità.
Il sospiro dell’amica fu un incentivo a mrs Stevenson per dirle con premura:
«Oh non dovete preoccuparvi! Gli irlandesi sono un popolo mite e gentile. Vostro marito fa bene a portarla con sé. La gita potrà sempre essere rifatta in un altro giorno non credete?».
Stavolta mrs Wellings guardò la sua interlocutrice con stupore domandandosi che cosa c’entrassero gli irlandesi con la gita a Amesbury e soprattutto con suo marito. Il ricordo di una discussione avuta con lui riguardo a un suo viaggio di lavoro la fece però arrabbiare. Gli irlandesi non le stavano particolarmente simpatici e dover commerciare con loro era un vero e proprio ripiego. Ovviamente suo marito era di tutt’altro avviso e quindi, come sempre, impuntandosi perché le donne non capivano nulla di commercio, aveva vinto lui. Sarebbe andato in Irlanda a breve, tra qualche giorno, ma Clarissa non doveva andare con lui, lei in tutta quella storia non c’entrava.
Ora le parole di mrs Stevenson la misero in confusione ma fortunatamente per lei era arrivata di fronte al suo cancello e così, salutando sbrigativamente la sua amica chiacchierona, entrò in casa in cerca di Clarissa. Doveva chiarirsi le idee a riguardo e solo sua figlia poteva sbrogliare la matassa contorta dei suoi pensieri.

La festicciola avvenuta qualche giorno addietro era stata appunto un successo. Arthur Bresbee aveva invitato i suoi amici francesi e anche i propri vicini tra cui Clarissa e le due miss Stevenson.
Clarissa, accompagnata dalle due sorelle, non era particolarmente a proprio agio in quanto anche il signor Sewer era stato invitato e, ricordandosi della strana passeggiata avuta con lui tempo addietro, divenne pensierosa chiudendosi in un mutismo che le due sorelle Stevenson interpretarono subito con la sua timidezza.
Arrivate a destinazione le tre giovani furono accolte da un Arthur Bresbee cortese e gioviale, cosa che affascinò le due sorelle ma non Clarissa che, imperterrita nel suo distacco, non si animò nel rivederlo. Arthur, che sembrò non far caso al comportamento dell’amica, invitò le tre giovani a unirsi alla festicciola in giardino. All’ombra di una graziosa tenda alcuni giovanotti di buona famiglia stavano chiacchierando attorno a un tavolo imbandito con le leccornie di stagione. Alcuni giovani, che Clarissa riconobbe subito avendoli visti al suo primo incontro con Bresbee a Hyde Park, erano in piedi un po’ in disparte mentre altri stavano chiacchierando compostamente seduti a tavola. L’arrivo del nuovo gruppetto animò i giovani che subito si alzarono e si diressero verso le giovani per presentarsi. Arthur, da perfetto padrone di casa, fece le presentazioni che a Clarissa sembrarono troppo cerimoniose e, notando solo allora che Sewer la stava osservando al di là del tavolo, si girò a conversare con un francese che le capitò davanti proprio allora.
Il giovane cominciò subito a chiacchierare con lei ma il suo modo di fare troppo esuberante convinse Clarissa a concludere con un sorriso l’approccio del giovane che rimase sorpreso. Scansato l’invadente giovanotto Clarissa si sedette in disparte cercando di non farsi notare. Il suo disagio era infatti aumentato vedendosi circondata da persone che con lei non avevano nulla a che vedere. Infatti la giovane era l’unica borghese del gruppo e la sua inferiorità di status sociale le era sempre rammentata in ogni piccolo gesto o sguardo innocente che riceveva. Cercando di dissimulare con dei sorrisi cortesi la sua ansia tentò di prestare ascolto agli argomenti di conversazione che i giovani, tornati a sedersi ai propri posti, avevano cominciato allora a introdurre. La chiacchierata generale riguardava gli avvenimenti politici che infervorarono non poco i francesi che, essendo dei soldati, chi capitano e chi tenente, conoscevano in prima persona.
La situazione critica tra il regno di Prussia e la Francia fu trattato dai francesi ovviamente dal loro punto di vista. Era infatti scontato che presto tra le due potenze si sarebbe arrivati al conflitto armato. Arthur, che sosteneva le tesi dei suoi amici, si animò tutto d’un tratto esclamando, diretto a un suo amico:
«Se fosse necessario combatterò al vostro fianco!»
La sua frase fu accolta da risate di scherno perché Arthur era un nobile inglese e l’Inghilterra era neutrale ma il giovane si accalorò e, risentito, rispose alle frecciatine dei suoi amici:
«Sono inglese di nascita ma non di cultura! Ho vissuto con la mia famiglia a Parigi e solo talvolta ritorno in questa terra. Io sono francese quanto voi e quindi mi spetta di diritto combattere a vostro fianco!»
«Quindi, signor Bresbee, se l’Inghilterra entrasse in guerra a fianco della Prussia voi combattereste contro la patria che vi ha dato i natali?»
La domanda del signor Sewer gelò per un attimo l’atmosfera goliardica che si era creata, tutti ora lo fissavano ammutoliti compresa Clarissa che lo osservò con muta sorpresa.
Arthur, non sapendo cosa rispondere, cercò di essere vago dicendo:
«Non vedo il motivo per cui l’Inghilterra dovrebbe entrare in guerra quindi non mi pongo questo dilemma» e, di nuovo sorridente, disse ora al gruppo ancora silenzioso:
«Vi avevo promesso una partita di cricket: ebbene signori seguitemi!»
I francesi si alzarono ricominciando a chiacchierare del più e del meno e, salutando le tre giovani rimaste ai propri posti, si diressero al centro del prato in attesa che la partita iniziasse.
Le squadre furono presto formate e Arthur cominciò a spiegare le regole ai francesi che non conoscevano quel gioco. Le giovani miss Stevenson, nel frattempo, iniziarono sottovoce a commentare ciò che stavano osservando. Susan, la più loquace, disse d’un tratto a Beth:
«Arthur Bresbee è davvero un signore. La sua ospitalità e gentilezza sono da ammirare»
«Immagino che non siano solo le sue qualità interiori a interessarti» le rispose la sorella sorniona. Susan, sorridendo, replicò:
«Il signor Bresbee è senz’altro un bel giovane ma il signor Sewer… »
Susan non riuscì a proseguire la frase in quanto si avvide che Clarissa, seduta non lontano, la stava ascoltando. Subito la giovane cambiò discorso e, stavolta parlando a voce alta, disse diretta a Clarissa:
«Immagino che tu sia felice di far parte di questo gruppo di amici. D’altronde il signor Bresbee è davvero gentile ad averti invitato anche se non capisco come tu sia riuscita a conoscerlo. A ogni modo sei davvero una persona fortunata».
Queste frasi, dette con apparente ingenuità, nascondevano una segreta invidia che Susan celava per l’amica. Clarissa infatti, secondo il pensiero di Susan, non doveva essere lì perché non era nobile e l’amicizia con una borghese era vista da lei come pura compassione, nulla di più. Beth, allarmata da quelle frasi, subito parlò prendendo le difese di Clarissa. Ella infatti disse:
«Susan non essere scortese. Clarissa è stata invitata perché fa parte delle nostre conoscenze»
«Appunto Beth, lei è fortunata» replicò la sorella.
Clarissa, che le ascoltava sconcertata, non sapeva come difendersi e come replicare a quelle ingiuste parole ma, d’un tratto, la voce di Sewer la sorprese. Il giovane infatti aveva ascoltato senza farlo apposta i discorsi delle due sorelle dato che avevano parlato a voce alta. Con tono serio le apostrofò dicendo:
«Scusate ma chi sarebbe la fortunata? E poi per quale motivo?»
e vedendo che entrambe non rispondevano proseguì:
«Essere qui non è un privilegio. Il fatto che miss Wellings sia borghese e che sia una vostra conoscenza non centra nulla col motivo per cui è stata invitata. D’altronde il signor Bresbee non conosce il suo status sociale e perché dovrebbe importargli?».
Gli altri giovani, avendo notato che Sewer non giocava perché impegnato a chiacchierare con le tre giovani, si avvicinarono e Bresbee gli chiese, avendo sentito solo l’ultima frase:
«Di che cosa dovrebbe importarmi signor Sewer?»
Il giovane si girò a fissarlo e subito gli rispose:
«Immagino che non vi importi se qualcuno è nobile o borghese»
«Dipende signor Sewer. Ci sono nobili e nobili, e ci sono borghesi e borghesi»
«Il vostro pensiero è curioso signor Bresbee. Quandi per voi lo status sociale è del tutto relativo»
«Intendevo dire che chi è nobile lo deve essere a prescindere dalla sua classe sociale»
«E chi è borghese invece?» si intromise un francese.
«Francamente non ne ho idea perché non ho amici borghesi ma credo che il concetto si possa allargare anche a loro… certo i borghesi sono tutt’altro» gli rispose Arthur sorridendo.
Il signor Sewer, osservando di sottecchi Clarissa che, muta, ascoltava con lo sguardo a terra, replicò dicendo:
«Sul serio?!» e gli rise in faccia.
Non comprendendo la burla diretta ad Arthur anche gli altri giovani cominciarono a ridere e iniziò una divertente parodia dei modi di fare del “borghese” e del “nobile”.
Arthur, compiaciuto di aver fatto divertire il gruppo, cominciò a imitare con energia i diversi modi di fare incitato dai francesi.
Clarissa, sconvolta, non riuscendo più a trattenersi, si alzò di scatto e senza dire nulla lasciò il gruppo cercando di rientrare al castello. Arthur, non capendo che cosa avesse l’amica, la raggiunse una volta entrato nel salone d’ingresso e lì la vide piangere sommessamente seduta su di un sofà.
Il giovane, stupito, le fu accanto ma, sentendo dalle voci in giardino che anche il resto del gruppo li stava per raggiungere, si precipitò fuori dicendo che sarebbe subito tornato da loro e che Clarissa si era sentita male e che aveva bisogno di stare un attimo da sola.
Sewer, intuito il vero motivo del malessere di Clarissa, prese per un braccio Arthur e insieme rientrarono nel salone. Nel frattempo Sewer gli disse sottovoce:
«Miss Wellings è borghese e il vostro comportamento di poco prima la offesa temo»
Arthur lo guardò stupito ma erano già nel salone e così si sedette accanto alla giovane in lacrime e le disse con garbo:
«Mi dispiace miss Wellings ma non lo sapevo. Vi prego, perdonate la mia mancanza di tatto»
La giovane, asciugatasi le lacrime gli rispose in un soffio:
«Non sarei dovuta venire qui… »
e, dicendo questo, si alzò cercando di calmarsi. Sewer, subito le fu accanto dicendole:
«Non curatevi di quello che vi hanno detto» riferendosi alle due sorelle.
«Non importa signor Sewer… » e dopo aver ripreso fiato disse a entrambi:
«Mi dispiace per l’accaduto ma devo tornare a casa adesso. Grazie per l’invito signor Bresbee »
Arthur, cercando di trattenerla le disse:
«Ma… vi prego miss restate».
Ma vedendo che la giovane avanzava verso la porta che imetteva nell’ingresso le disse:
«Sto organizzando una gita ad Amesbury. Vorrei che veniste… mi farebbe davvero piacere e vorrei anche che dimenticaste il mio brutto comportamento. Vi prego miss, ditemi che verrete»
Sewer, che li osservava serio notò la confusione di Clarissa e il modo imbarazzato della giovane. Evidentemente non sapeva che cosa rispondergli. Il giovane allora disse:
«Credo che miss Wellings non sia nella condizione per rispondervi signor Bresbee»
Clarissa, interpretando quelle parole come una burla, disse agitata:
«Signor Sewer so cosa devo dire» e, riferendosi ad Arthur, continuò:
«Mi dispiace signor Bresbee ma… tra qualche giorno partirò per l’Irlanda con mio padre quindi non fate conto sulla mia presenza».
Dicendo questo fissò prima Arthur e poi Sewer e, con un inchino deciso, li salutò uscendo dalla porta che immetteva nell’ingresso. Lì fu raggiunta dal maggiordomo che subito le offrì i propri servigi riportandola a casa.
Rimasti soli i due giovani si guardarono senza dire nulla e, sospirando, Arthur tornò ai suoi amici per spiegare la partenza di Clarissa e della gita di Amesbury. Sewer, notando l’aria delusa del signor Bresbee, pensò tra sé che forse aveva trovato un rivale e, pensando a questo, sentì il disprezzo per Arthur aumentare sempre più. Qui si concluse per Clarissa la festicciola e, purtroppo per lei, la sua bugia cominciò a divenire realtà. Infatti la notizia che lei sarebbe partita per l’Irlanda rimbalzò prima dalle due sorelle Stevenson a loro madre e poi, come si è visto poc’anzi, da mrs Stevenson alla madre di Clarissa che cadde ovviamente dalle nuvole.

Ora mrs Wellings, rientrata in casa, si diresse subito in camera della figlia e qui la trovò immersa nella lettura di una novella. Lo sconcerto della madre nel vederla tranquilla e serena la urtò e le disse:
«Quando andresti in Irlanda signorina
Clarissa, confusa, replicò:
«In Irlanda?»
«Sì mia cara! Mrs Stevenson ha avuto la cortesia di rammentarmelo peccato che lo abbia saputo da lei e non da mia figlia!»
«Chi te lo ha detto?!»
Mrs Wellings, ormai furiosa, non replicò e, sbattendo la porta, si diresse in giardino dove suo marito stava discutendo col fattore. Notando l’avvicinarsi di sua moglie interruppe i propri affari e le andò incontro. Osservando il suo incedere fermo e deciso intuì che la donna non fosse nella migliore predisposizione per chiacchierare amorevolmente infatti fu investito da rimproveri:
«Mr Wellings! Che idea malsana ti è venuta in mente? Mandare tua figlia in Irlanda! Senza dirmi niente per giunta! Oltretutto sono venuta a saperlo da quella finta santa quale è mrs Stevenson… oltretutto!».
Mr Wellings, uomo accorto e saggio, la lasciò continuare cercando, nel frattempo, di rientrare in casa per non essere uditi dai contadini. Una volta in salotto mrs Wellings parve calmarsi e, sedutasi sulla sua poltrona, si chiuse in un silenzio risentito. L’uomo, avendo capito che c’entrava qualcosa Clarissa, entrò nella sua camera e, in tono risoluto, le chiese i particolari di quella decisione. Clarissa allora si sfogò dicendo che aveva deciso su due piedi perché la situazione che si era venuta a creare alla festicciola di Bresbee era inaccettabile. Raccontati tutti i fatti mr Wellings cercò di rincuorarla e, accompagnatala in salotto, ne parlò con la madre che, attonita, ascoltò il resoconto del marito e le parole della figlia. Alla fine mrs Wellings sbottò infastidita:
«Ebbene questi nobili si credono tanto migliori di noi, beh che pensino quello che vogliono! Clarissa basta soffrire per quello che è successo e se un periodo in Irlanda ti farà dimenticare questi cafoni allora è giusto andare lì. E poi se tuo padre riesce a prendere accordi commerciali con quegli uomini tanto meglio» e ricordandosi allora dello scialle che aveva ammirato quella mattina aggiunse sopra pensiero:
«E poi ho un motivo in più per acquistarlo»
Le parole di mrs Wellings furono accolte da Clarissa con gioia. Ormai era deciso: tra qualche giorno sarebbero dunque partiti per l’Irlanda.

Quarta parte

martedì 2 giugno 2015

Clarissa - Seconda parte

La primavera, sbocciata dopo un inverno rigido e gelido, aveva cominciato quasi d’improvviso a inondare dei suoi profumi e dei suoi vivaci colori gli alberi da frutto e i giardini rigogliosi delle tenute dei nobili. Quei pezzetti di verde brillante erano divenuti infatti, in poco più di qualche giorno, un incanto paragonabili a quei quadri impressionisti che ultimamente erano tanto di moda a Parigi.
La contessa di Cruny, svegliatasi a tarda ora come le era di consueto, si era fermata per qualche attimo a osservare la sua tenuta e gli alberi di pesco già addobbati di un profumato e candido biancore. La donna, non incline alle romanticherie che tale visione poteva indurre, si ritirò dalla finestra con stanchezza e, quasi infastidita dagli uccellini che si rincorrevano nel cielo primaverile al di fuori della sua camera da letto, strattonò con vigore il campanello per chiamare il suo valletto.
Pochi attimi dopo un uomo stretto nella livrea scura di circostanza le si presentò con fare compito e serio. La contessa lo squadrò con sufficienza e, tornata al suo letto, si sedette sopra dicendo in modo distratto:
«Ci sono notizie di mio nipote?»
«Sì contessa. Il signor Bresbee è tornato ieri da Londra insieme a qualche suo amico»
«Con dei soldati?» gli domandò alzando di un tono la sua voce baritonale.
«Non mi risulta contessa»
«E dove si trova in questo momento?»
«Credo si trovi a passeggio» le disse il cameriere in un sussurro modesto.
La donna lo squadrò indispettita: suo nipote avrebbe dovuto per prima cosa farle visita invece di andare a zonzo per la tenuta. Tuttavia non aveva ancora avuto il tempo di formulare un rimprovero verso il suo valletto, che non conosceva gli esatti spostamenti del giovane, quando un lieve bussare incuriosì la contessa che, con fare deciso, disse all’uomo in livrea di far entrate lo sconosciuto.
Arthur, vestito con un elegante completo da passeggio e con in una mano il cappello e nell’altra il suo bastone, salutò sua zia con un inchino perfetto e le sorrise bonariamente.
La contessa, divenuta lievemente rossa d’imbarazzo, scese subito dal letto e con cortesia gli si fece incontro dicendogli con voce stranamente flautata:
«Oh Arthur non ti aspettavo a quest’ora» e dopo avergli baciato le guance con fare cerimonioso continuò sorniona:
«Non avrei voluto che tu mi vedessi in camicia da notte ma tantè…» e lo prese per mano accompagnandolo alla finestra.
Dopo qualche attimo la donna continuò quasi soprapensiero:
«Guarda che bello Arthur! Ci sono così tanti fiori!»
«Sì zia è molto bello qui…» disse il giovane un po’ imbarazzato. In verità era andato a salutare la contessa solo per cortesia e ora moriva dalla voglia di uscire da quella camera adornata da una moltitudine di fronzoli roccocò che, invece di abbellire la stanza, la rendevano opprimente e antica.
La donna giratasi poco dopo verso di lui gli disse, mutando nuovamente il suo tono di voce in uno più consono alla sua mole massiccia:
«Dovremmo festeggiare la tua visita con una festa non credi? In questo modo avresti l’opportunità di conoscere tanti giovani del tuo stesso ceto sociale. Certo in questa zona abitano molte famiglie borghesi e probabilmente dovremmo invitare anche loro. Tuttavia sono convinta che ti farebbe piacere entrare a far parte di questa piccola società di cui faccio parte»
Arthur la osservò con muto biasimo: quella donna pensava solo al suo rango nobiliare e a null’altro. In fondo il giovane era imparentato con una contessa di antico lignaggio tuttavia il suo spirito romantico e idealista cozzava contro il suo status. Avrebbe preferito vivere come i poeti maledetti che tanto ammirava piuttosto che vivere rinchiuso in un castello e attorniato da valletti silenziosi e arcigni. 
Sorridendole appena Arthur le rispose con cortesia:
«Temo che una festa sia un po’ troppo. Per conoscere i miei vicini vorrei invece organizzare una partita di cricket o una gita nella nostra tenuta, in questo modo potremmo parlare con più libertà. I balli di gala sono inoltre troppo consueti non credete zia?»
Il giovane, fingendo di non aver visto la delusione dipintasi allora sul viso della zia, le sorrise con affetto e così la donna non poté far altro che aggiungere:
«Immagino che inviterai anche i tuoi amici soldati…»
«Sì certo zia. A proposito ho un incontro con loro ed è già tardi! Ci vediamo stasera, buona giornata zia» e con fare sbrigativo la salutò con il cappello prima di scomparire dalla vista della donna.
La contessa, rimasta leggermente basita dal fare del giovane, disse poco dopo al suo valletto, che nel frattempo era rimasto in silenzio in un angolo della camera per non disturbare:
«Chiamami la cameriera e dille di portami il vestito azzurro!» e, ancora più scocciata, si diresse alla sua toilette immersa nei suoi pensieri.

***
 
Clarissa aveva deciso quel pomeriggio, su insistenza di sua madre, di accettare l’invito del signor Sewer di passeggiare in sua compagnia lungo la sua tenuta. Quello strano invito era arrivato proprio il giorno dopo del concerto ad Hyde Park e la giovane non capiva come mai avesse invitato lei e non Susan, con cui il giovane aveva instaurato un rapporto d’amicizia proprio durante il concerto stesso.
Ora la giovane, immersa in questi pensieri, non fece caso più di tanto alla domanda che il giovane, che camminava al suo fianco silenzioso, le aveva fatto allora. Con sorpresa Clarissa fissò il viso di Sewer dicendogli con un sorriso di non averlo capito. Il giovane, prendendo coraggio le richiese:
«Vi piace la campagna miss Wellings?»
«Sì certo…» gli rispose sorpresa. In effetti Clarissa non capiva il comportamento introverso del giovane e soprattutto non capiva come mai in sua compagnia lei non provava più quel turbamento che da tempo le faceva accelerare il cuore in presenza del giovane. La stranezza di quella mancanza di emozioni, di cui era abituata fino a poco tempo fa, era incomprensibile alla giovane Clarissa. Molti dubbi e supposizioni fecero confondere la giovane che rimase silenziosa per la maggior parte della passeggiata. I due infatti avevano cominciato a esplorare la tenuta di Sewer e ora erano in procinto di tornare verso la tenuta dei Wellings.
Quello che Clarissa non poteva immaginare era il motivo principale per cui il giovane l’aveva invitata a quella singolare passeggiata: aveva infatti deciso di dichiararsi a lei. Non trovando mai il momento propizio e accorgendosi che la giovane era silenziosa quanto e forse più di lui, aveva cominciato però ad agitarsi e, se Clarissa avesse fatto più attenzione al suo accompagnatore, si sarebbe accorta che il cappello che Sewer teneva in mano tremava leggermente in riflesso al tremore delle sue mani e al turbamento profondo in cui era sprofondato il giovane. Ignara di tutto ciò Clarissa passeggiava senza accorgersi di lui e senza far caso al tappeto di fiori che la circondava.
Dopo qualche tempo i due giovani, sempre silenziosi, tornarono sui loro passi e decisero di seguire la via principale che collegava le varie tenute della zona. Questa strada polverosa era fiancheggiata in entrambi i lati da una fila di alti pioppi le cui cime ondeggiavano al leggero venticello. Clarissa, incantata da quel viale alberato in cui le ombre dei pioppi proiettavano sul selciato giochi infiniti di luci e ombre, sorrise tra sé e sé e Sewer, accortosi che finalmente il momento propizio era arrivato, si fermò accanto a lei dicendole in un sussurro:
«A quest’ora questo viale è meraviglioso, non credete?»
«Sì infatti signor Sewer! Sembra infinito»
«Già…è stupendo…» le disse guardandola negli occhi. Clarissa gli sorrise e subito cominciò a camminare. Temendo che la giovane si allontanasse troppo Sewer le toccò la spalla ma subito si vergognò di quell’atto. Accortasi di quel gesto Clarissa si fermò a guardarlo domandandosi che cosa volesse. Vederlo così insicuro e impacciato la confuse alquanto e le vecchie emozioni tornarono a galla tutte d’un tratto rendendo la situazione ancora più imbarazzante di quanto non fosse in precedenza. Il viso di Clarissa divenne rosso d’improvviso e, accortasi di questo, tentò di calmare il suo cuore cominciando a dire velocemente:
«Quest’anno la primavera è arrivata tutta d’un tratto. Anche a Londra è arrivata: Hyde Park era splendido come il concerto del resto…» e, notando che Sewer la osservava senza ribattere, aggiunse confondendosi un po’:
«Sì il concerto è stato bello. Poi sono dovuta andare via e…» in quel momento il ricordo di Sewer insieme a Susan le fece provare una fitta al cuore ma subito quel ricordo fu sostituito dall’immagine di Arthur Bresbee. Il viso del bel giovane la fece sorridere tanto che Sewer le chiese sorridendo:
«Vi siete dunque divertita?»
«Oh sì! Ho incontrato una persona ed è per questo che vi ho lasciati. Ho trascorso con lui e con i suoi amici una piacevole serata. Ovviamente mi hanno accompagnato fino alle carrozze a nolo perché lui aveva la sua carrozza e non volevo certo disturbarlo oltre»
Il fiume di parole stordì il giovane che intese il senso di quelle parole dopo qualche secondo. Nel frattempo Clarissa aveva ricominciato a camminare stavolta immersa nei ricordi lieti del giorno precedente. La voce di Sewer poco dopo la sorprese di nuovo: il tono era ora serio.
«Chi avete incontrato ieri miss Wellings se posso chiedervelo?»
«Il nipote della contessa di Cruny…» gli rispose tutto d’un fiato.
«Capisco…» le disse dopo qualche attimo di incertezza e con piglio deciso ricominciò a camminare ma stavolta senza aspettare la giovane costretta ad accelerare il passo per stargli a fianco. Clarissa, confusa più che mai, affiancatolo di nuovo gli domandò se fosse tutto a posto ma la risposta affermativa e risoluta del giovane la convinse del contrario.
Non capendone più nulla Clarissa si accontentò di seguirlo ma ora l’atmosfera tra loro era fortemente cambiata e in negativo. La gelosia che provava Sewer era evidente ma Clarissa, ingenua come era, non se ne era accorta.
D’un tratto i due videro pararsi di fronte a loro un nobile a cavallo che galoppava verso di loro. Una volta raggiuntoli il giovane a cavallo sorrise di gusto e, togliendosi il cappello in segno di saluto, disse a Clarissa:
«Buongiorno miss Wellings! Che piacevole coincidenza! Sto venendo proprio dalla vostra villa, vi ho portato l’invito per la mia piccola festicciola ma non preoccupatevi! Sarà una specie di gita nella mia tenuta e ho intenzione di organizzare una partita di cricket!»
Arthur Bresbee, con la sua gaiezza e la sua bellezza, lasciò basita la giovane che lo guardò ammirata senza dire nulla. La comparsa inattesa del giovane fu infatti una vera sorpresa per Clarissa. Lo stesso non si poteva dire del signor Sewer che rispose per lei con un:
«Sono certo che sarà lieta di venire…»
«Oh non mi sono presentato! Io sono Arthur Bresbee e sono il nipote della contessa di Cruny piacere» 
«Io sono Michael Sewer piacere di conoscervi» e dicendo questo si inchinò con fare galante. Arthur, che si era accorto di lui solo quando gli aveva risposto per conto di Clarissa, gli sorrise e guardò la giovane attendendo che gli rispondesse. Clarissa, tornata in sé dalla sorpresa, gli disse infatti poco dopo:
«Grazie per l’invito signor Bresbee, sarò lieta di partecipare alla vostra festa»
«Ovviamente l’invito è esteso anche ai vostri amici miss Wellings quindi signor Sewer sarei ben lieto se poteste venire»
«Grazie, non mancherò» gli rispose in tono di sfida.
Arthur sorrise gaiamente a entrambi e, accortosi che il suo cavallo cominciava a dar segni di  irrequietezza, li salutò con il cappello aggiungendo solo un «Benissimo, vi aspetto allora!» prima di cominciare a galoppare e a scomparire tra una nuvola di polvere nella direzione opposta; lasciando così i due amici di nuovo soli e silenziosi.

***




L’ invito per la festicciola di Arthur Bresbee fu l’argomento di conrersazione principale durante l’ora del the in casa Stevenson. Susan, entusiasta di far parte di quella piccola compagnia che si sarebbe radunata tra qualche giorno per festeggiare la visita del nobile Bresbee, continuava a sospirare e ammirare il paesaggio primaverile seduta comodamente sul suo vimini in veranda. Sua sorella Beth, divertita nell’osservare Susan, si limitava a sorseggiare la sua tazzina di the.
Mrs Stevenson invece era immersa nella contemplazione dell’invido recante le informazioni essenziali per la festa e con in rilievo lo stemma dei Bresbee. La donna, che non faceva caso alle due ragazzine sedute accanto a lei, dopo qualche attimo sospirò dicendo quasi tra sé:
«Questo signor Bresbee è dunque il rinomato nipote di quella insopportabile donna… Mah non capisco perché vi abbia invitato, non vi conosce e non si è mai fatto vedere qui» e con stizza appoggiò il foglietto sopra al tavolinetto. Subito Susan si animò per difendere il giovane sconosciuto dicendo con enfasi:
«Secondo me è stato invece molto gentile a invitarci. Credo che sia giusto accettare l’invito»
«D’altra parte anche miss Wellings e il signor Sewer sono stati invitati quindi perché non accettare?»
La frase di Beth, detta a mezza voce, sorprese Susan che subito le chiese:
«Te lo ha riferito miss Wellings?»
«Sì l’ho trovata per caso nella bottega di miss Stuart stamattina, mentre stavo cercando un foulard a pois. Mi sono accorta allora che in negozio c’era anche lei, così abbiamo chiacchierato un po’» le rispose la sorella prima di sorseggiare il suo the con calma. Susan, stranamente agitata, le chiese con insistenza:
«Ma ti ha riferito della festa per sentito dire o perché ha ricevuto anche lei l’invito?»
Beth la guardò stupita chiedendosi come mai lo volesse sapere con tanta insistenza ma, sorridendole le rispose:
«Mi ha fatto vedere l’invito e mi ha detto che ha incontrato ieri pomeriggio il signor Bresbee lungo il viale alberato e dato che stava passeggiando con il signor Sewer, il signor Bresbee per cortesia ha invitato anche lui»
«Cosa?!» esclamò Susan cercando di essere calma. La sorella le sorrise ma stavolta con una punta di malizia aggiunse:
«Mi ha anche spiegato che il signor Sewer le aveva chiesto di accompagnarla per una passeggiata lungo la sua tenuta e che il suo comportamento le è sembrato davvero strano. Inoltre una volta saputo da miss Wellings che lei conosceva il signor Bresbee dal concerto a Hyde Park, si è dimostrato stranamente scontroso. Così mi ha detto».
Susan, sbiancata leggermente da quelle parole, non replicò e si mise a sorseggiare il suo the in completo silenzio. Beth, che la osservava di sottecchi, sorrise tra sé intuendo la gelosia mal celata della sorella nei confronti di Clarissa.
«Quindi Beth, miss Wellings conosce questo Arthur Bresbee che nessuno in zona ha mai visto… Questo non faciliterà di certo le cose al povero signor Sewer» si intromise Mrs Stevenson con aria pensosa.
«Maman! Non vorrete mica dire che il signor Sewer è innamorato di lei spero! L’ultima volta che l’ho visto non mi pare che si sia comportato come un innamorato. In effetti è stato al concerto sempre con noi non è vero Beth?»
«Sì è vero ma…» le rispose la sorella leggermente confusa.
«Vedremo Susan ad ogni modo andrete a questa festa ma mi raccomando: cercate di comportarvi da signorine del vostro rango»
Le due ragazzine annuirono con fermezza e Beth osservò sua sorella con curiosità. Il viso pensoso di Susan la fece sorridere: aveva in mente qualcosa e di questo ne era sicura. La festicciola, si disse Beth, sarebbe stata davvero piacevole e, addentando un biscottino, cominciò a immaginarsi che cosa sarebbe accaduto tra qualche giorno.

Terza parte 

Clarissa - Parte prima


La campagna inglese era sonnolenta in quel pallido mattino. La rada nebbiolina saliva ancora lungo i fossati che circondavano i campi coltivati, tuttavia la vita contadina era già in pieno fermento.
Gli Stevenson, che soggiornavano in quei giorni nella loro tenuta di campagna, non erano abituati al ritmo della vita in periferia essendo amanti del bel mondo londinese. Le due miss: Beth e Susan, erano appena entrate in società e avevano accettato di mala voglia la decisione della loro madre di trascorrere un breve periodo in campagna. Qui non c’era alcuna loro amica e si sentivano tremendamente mortificate all’idea di dover partecipare alle festicciole dei loro vicini.
Quella sera infatti la famiglia Stevenson era stata invitata alla festa, data in loro onore, dai Wellings: dei borghesi e non certo dei nobili quali erano gli Stevenson.
Le due famiglie erano in buoni rapporti e le due miss avevano conosciuto, ancora qualche anno addietro, la figlia dei loro vicini: Clarissa. La giovane aveva qualche anno più di loro ed era poco socievole. L’idea di rivederla non piacque molto alle due ragazzine che passarono l’intera mattinata a discutere sul comportamento da tenere con lei al ballo.
«Immagino che miss Clarissa starà per tutta la serata in nostra compagnia» si lamentò Susan mentre pettinava la sorella.
«Credo proprio che sarà una pessima serata se dovremo stare sempre con lei. L’ultimo ballo a cui ha partecipato non ha detto una parola»
«Certo molti gentiluomini l’hanno adocchiata e perfino il signor Sewer le ha chiesto di danzare»
«Oh sì ricordo! Che faccia ha fatto il povero signor Sewer quando è stato rifiutato! Non capisco proprio perché miss Wellings non riesca a relazionarsi con nessuno oltre a noi due» aggiunse Beth quasi soprappensiero.
Le due ragazzine, cercando di capire il comportamento tenuto dall’amica, non si resero conto di aver fatto tardi per il pranzo e quando si avvidero di ciò corsero in cucina. Qui trovarono la cuoca che, sorpresa nel vederle, rispose alle loro domande insistenti negando che il pranzo fosse stato portato in tavola. Non capendone nulla le due si avviarono verso il salotto per chiedere spiegazioni a loro madre ma quando entrarono, ridacchiando e scherzando tra loro, si immobilizzarono nel vedere il signor Sewer seduto a discorrere con i loro genitori. L’uomo, un giovane sulla trentina, si alzò con cortesia e salutò con garbo le due giovani.
Mrs Stevenson si scusò col giovane per il comportamento irrispettoso delle figlie e poi aggiunse in tono solenne:
«Temo signor Sewer che le vostre pretese siano troppo alte»
«Suppongo che le mie parole siano state troppo schiette e per questo me ne scuso» e così dicendo si alzò, salutò i presenti e si incamminò verso la porta dove lo attendeva il maggiordomo per accompagnarlo all’uscita e alla sua carrozza che lo aspettava fuori.
Beth, guardandolo andare via stupita, chiese poi alla madre:
«Come mai è venuto maman? È forse questo un orario di visite?»
«Beth non essere sciocca! Il signor Sewer si è fermato solo per avvisarci di una questione importante».
Le due sorelle, incuriosite più che mai, avrebbero voluto sapere ogni cosa ma il fare stizzito di maman le bloccò e così tutta la famiglia si diresse in silenzio nella sala da pranzo, dove l’aspettava la tavola imbandita.
Dopo pranzo Beth, di propria iniziativa, decise di andare a trovare Clarissa per informarsi sulla serata imminente e soprattutto sul signor Sewer. In fondo era lei il motivo dello strano incontro tra il gentiluomo e i suoi genitori o almeno Beth lo supponeva. Susan, per niente vogliosa di seguire la sorella, decise di dilettarsi col piano: il suo passatempo preferito.
Beth, arrivata col suo calessino davanti alla piccola villa degli Wellings, fu accolta con cortesia dalla zia di Clarissa che l’accompagnò in salotto. L’amica, vedendola, la salutò con timidezza e le offrì dei dolcetti che Beth rifiutò con garbo. La presenza della zia mise in ansia Beth ma, decisa di conoscere i risvolti amorosi dell’amica, propose a Clarissa di fare un giro col suo calessino. La giovane annuì e così Beth si ritrovò a guidare il suo cavallo baio lungo una stretta viuzza di campagna. Non sapendo dove stessero andando ben presto si fermarono in un prato e presero a camminare alla ricerca di qualche fiore da portare a casa. Clarissa, intenta con gioia in quella operazione, si dimenticò dell’amica e solo la sua vocina leggermente stridula la fece girare. Non avendo capito la domanda fattale si avvicinò e Beth le disse:
«Oggi è proprio una bella giornata. Spero che stasera non si metta a piovere, sarebbe una disdetta»
«Sì in fondo sarebbe un peccato se piovesse».
Beth la guardò sorniona e prese a passeggiarle accanto. Dopo un po’ aggiunse:
«La tua festa comunque sarà perfetta come l’ultima Clarissa. Non c’è da stupirsi se tutti del paese volessero parteciparvi. Anche il signor Sewer sarà dei nostri immagino».
La giovane si girò a guardare l’amica e si accorse che l’espressione di Clarissa era cambiata. I suoi begli occhi verdi ora erano seri e tristi. Beth, stupita di quel repentino cambio d’umore, le si fece vicino e le chiese:
«Ho detto forse qualcosa che non va?»
Clarissa la fissò per un attimo e subito ricominciò a passeggiare cercando con gli occhi dei fiori che non vi erano. Dopo un po’ le rispose con lo sguardo a terra:
«Temo che il signor Sewer si sia fatto un’idea sbagliata su di me»
«In che senso?» le chiese Beth molto stupita. In breve Clarissa le spiegò che dopo il ballo invernale dell’anno prima, a cui Beth e sua sorella avevano partecipato, il signor Sewer, che Clarissa chiamò col suo nome Michael, l’aveva invitata insieme alla sua famiglia per un breve soggiorno in Irlanda. Lei purtroppo non era potuta andare perché in quel periodo era raffreddata. Da allora il signor Sewer non si era più visto in paese. La giovane, trattenendo le lacrime, si confidò con Beth e le disse che il gentiluomo aveva deciso di lasciarla perdere e che la sua dipartita era un chiaro segnale della sua scelta.
Beth le sorrise e le disse per consolarla:
«Se pensa quello che hai detto allora il signor Sewer è estremamente un uomo sciocco!»
«La sua assenza per così tanti mesi è però sospetta»
«Credo che dovresti parlargli così sapresti da lui la verità. Parlarne con me non serve».
Clarissa la guardò spaventata e, intimidita all’idea di parlare con lui, si schermì dicendo:
«Non ho il carattere per confrontarmi con lui. Non posso parlargli» e così dicendo si incamminò risoluta verso il calessino non lontano. Beth la guardò e, ripensando allo strano incontro all’ora di pranzo, scosse la testa: Clarissa era proprio un caso disperato.

I preparativi per la festa di quella sera in casa Stevenson erano ormai ultimati. Susan, che era rimasta a bocca aperta dal racconto del pomeriggio di Beth, confidò all’orecchio della sorella, una volta in carrozza:
«Secondo me stasera il signor Sewer non chiederà a miss Wellings di ballare»
«Perché non dovrebbe?» le chiese Beth.
«Come perché! L’ultima volta il signor Sewer ha fatto una pessima figura con lei e poi mi hai detto che lei lo ha respinto. Insomma se fossi in lui sceglierei un’altra dama per il ballo»
«Oh che sciocchezza Susan. Lui è innamorato di lei, non lo hai visto oggi? È venuto per parlare di Clarissa»
«Tu dici?!» le rispose sorridendo Susan. Beth la guardò stupita: forse sua sorella sapeva qualcosa che a lei era sfuggito. Cercò allora di estorcere delle spiegazioni che però Susan rifiutò di darle scoppiando a ridere. Mrs Stevenson le zittì: il loro modo di fare era sconveniente e comunque erano arrivate a destinazione.
La villa risplendeva di mille luci e gli invitati erano molti e tutti vestiti elegantemente. Beth salutò con un inchino i genitori di Clarissa e subito la cercò tra gli ospiti. Intanto Susan e i suoi genitori cominciarono subito a chiacchierare con alcuni borghesi loro vecchi conoscenti. Susan, persa di vista la sorella, sorrise tra sé e si sedette comodamente vicino a maman in attesa che qualcuno, tra i tanti gentiluomini, la invitasse a ballare.
Beth, nel frattempo, si ritrovò circondata da gente sconosciuta e, scansati alcuni gentiluomini un po’ troppo cortesi, riuscì a individuare Clarissa che, in piedi in un angolo della sala, sembrava imbalsamata. L’amica, appena vide il volto paffuto e sorridente di Beth, le sorrise di rimando dicendole in un sussurro:
«Il signor Sewer non è ancora arrivato e fra poco inizierà il primo ballo»
«Non preoccuparti, sarà qui a momenti».
Le due amiche, osservando la sala gremita di gente, rimasero in silenzio. Entrambe aspettavano l’entrata del signor Sewer. Del giovane infatti non vi era traccia e alla fine venne intonata la prima canzone e le coppie si formarono per danzare. Beth fu subito richiesta e così lasciò l’amica da sola. Clarissa, ripensando all’ultima festa in cui aveva rifiutato di ballare con il signor Sewer, si sentì triste e così decise di uscire in terrazza per prendere una boccata d’aria.
La musica di sotto fondo era allegra e nel cielo brillavano già le prime stelle. Sorseggiando il suo drink si accorse di non essere da sola infatti vi era una coppia appartata che chiacchierava a voce bassa. Per non disturbarli rientrò e, con suo grande stupore, vide il signor Sewer ballare con Susan. I due giovani sembravano felici e ogni tanto si scambiavano qualche parola. Clarissa si sentì spezzare il cuore e per il resto della serata si eclissò nel salottino adiacente alla sala da ballo in compagnia di alcune vecchie signore che sparlavano di tutti. La presenza della giovane non sembrò preoccupare le tre donne che, impegnate in un’accesa discussione, l’avevano guardata appena di striscio.
Una di loro, una certa contessa di Cruny, era una vecchia amica della madre di Clarissa e tutti erano a conoscenza del suo passato non proprio virtuoso. Con alle spalle tre matrimoni falliti si sentiva in dovere di ammonire tutte le giovani che riusciva a incontrare. Purtroppo per Clarissa quella sera la contessa era molto loquace e così dovette ascoltare le sue ciance.
La serata sembrò a Clarissa durare un’eternità e, nel momento in cui gli ospiti cominciarono ad andare via compresa la contessa chiacchierona, la giovane si diresse verso Beth per salutarla ma nel far questo incappò nel signor Sewer che la vide quella sera per la prima volta. Il giovane, stupito dell’incontro, le disse sorridendole con affetto:
«Temevo non ci foste stasera e invece eccovi!»
«Spero vi siate divertiti» gli rispose Clarissa guardando ora Beth e ora il signor Sewer. Beth, sentendosi di troppo, voleva accomiatarsi ma intuì lo stato d’animo dell’amica avendo visto che Susan si intendeva fin troppo bene col giovane. Sorridendo le disse:
«Oh sì è stata una piacevole serata ma ho visto che la contessa di Cruny ha monopolizzato la tua attenzione»
«In effetti la contessa era in vena di chiacchierare questa sera» le rispose sorridendo. Non sapendo come concludere la conversazione Beth salutò l’amica e si diresse verso la sorella e i suoi genitori in procinto di scendere lo scalone d’ingresso.
Rimasti soli il signor Sewer guardò Clarissa e le disse quasi sottovoce:
«Nemmeno questa sera ho potuto ballare con voi»
«Tuttavia non mi sembra che questo vi abbia impedito di ballare con quasi tutte le giovani presenti» gli rispose in tono serio sebbene il suo sguardo fosse triste e, senza aspettare risposta, lo salutò con garbo e se ne andò verso le sue stanze frettolosamente. Il giovane la guardò in silenzio ma in verità avrebbe voluto parlarle e dirle ciò che provava. Inoltre Mrs Stevenson gli aveva elencato, durante il loro incontro all'ora di pranzo, tutte le qualità della giovane e Sewer si era convinto più che mai che lei fosse la donna adatta a lui. Tuttavia il ceto sociale di miss Wellings lo aveva messo a disagio infatti, titubante, si era sempre trattenuto dal compiere il grande passo e di chiederle di essere la sua fidanzata. Ora, in quella serata, il giovane aveva finalmente preso la sua decisione ma non aveva considerato le conseguenze del suo atteggiamento tenuto durante la festa insieme a Susan. E così, rimasto basito, si ritrovò ben presto solo in cima al grande scalone e solo la voce premurosa di un cameriere che gli porgeva il suo mantello lo fece tornare coi piedi per terra.

                                    ***

Come sempre la mattina successiva a un ballo la famiglia Wellings era solita chiacchierare sull’esito della serata durante la colazione. Mr e Mrs Wellings erano entrambi compiaciuti del ricevimento e avevano cominciato una lunga discussione sui risvolti personali di qualche loro conoscente che avevano intravisto la sera prima. Clarissa, sorseggiando il suo the caldo, li ascoltava con disinteresse, le loro parole non avevano significato per lei. Il suo pensiero rimaneva, purtroppo per lei, fisso sul ricordo delle poche frasi che aveva scambiato con Sewer la sera prima. La speranza che il giovane fosse ancora interessato a lei cozzava con la visione del ballo tra il gentiluomo e Susan.
La giovane miss Stevenson era così solare a attraente e Clarissa si convinse che non avrebbe mai potuto competere con lei, oltretutto essere timidi era davvero un pessimo difetto. La giovane, assorta in questi pensieri, finì di fare colazione in silenzio e decise che avrebbe impiegato il resto della mattina leggendo in giardino.
La giornata era piacevole e il leggero venticello era deliziosamente fresco. All’ombra di una grande quercia Clarissa decise di sedersi e di continuare il suo libro d’autore che narrava di una storia d’amore a lieto fine. La giovane, immedesimandosi nella protagonista, cominciò ben presto a sognare a occhi aperti e, quando lesse della fuga d’amore dei due amanti, immaginò di fuggire insieme al signor Sewer. Clarissa cominciò a ricordare così il fascino del giovane e il loro primo incontro a uno spettacolo di gala all’Opera di Londra.

Una sera, di quasi due anni addietro, Clarissa era stata invitata dai suoi zii a Londra per la rappresentazione di "Romeo e Giulietta" all’Opera. L’edificio le sembrò così imponente e, seduta in un loggione, si sentì quasi sopraffare dagli stucchi barocchi che decoravano la sala. Le persone che sfilavano con garbo in platea e nei loggioni erano eleganti e gentili e la giovane si sentì rapire da quella atmosfera. Lo spettacolo fu magnifico e, una volta usciti nel grande salone d’ingresso, gli zii la presentarono a molti loro amici tra cui il signor Sewer. Il giovane, abbonato alla stagione lirica dell’Opera, sembrava annoiato dalla serata, che forse aveva replicato più di una volta quel mese, ma quando vide la deliziosa Clarissa la serata prese una piega decisamente più interessante. Entrambi timidi si scambiarono poche frasi di circostanza ma il giovane, saputo che Clarissa viveva in periferia non lontano dal suo podere, decise che avrebbe trascorso l’estate lì e così fece. I loro incontri successivi furono da allora sempre molto fugaci, d’altronde non era facile chiacchierare durante le feste di gala o i vari concerti, e il carattere timido della giovane limitava il carattere loquace di lui. Erano così trascorsi due anni e i discorsi fatti col giovane sembrarono a Clarissa come un tesoro prezioso. Fantasticando sul passato, fatto di poche parole e di sguardi, si decise a finire il capitolo del romanzo che, ormai da qualche ora, era aperto sempre sulla stessa pagina.
Tornata in casa per il pranzo si diresse verso il resto della famiglia che la stava aspettando. Il pranzo fu piacevole e, una volta terminato, Mr Wellings disse alla figlia:
«Ieri sera ti sei intrattenuta con la contessa di Cruny» e senza aspettare la risposta affermativa della giovane continuò baldanzoso:
«Oggi abbiamo ricevuto un invito da parte della contessa che ti prega di farle visita» e dicendo questo le porse la missiva. Clarissa, letta d’un fiato le poche frasi scritte elegantemente, gli chiese stupita:
«Devo forse andarci? Con la contessa ho parlato poco e non la conosco da molto»
«Non farti troppe remore!» si intromise Mrs Wellings e soggiunse:
«Hai la possibilità di conoscere persone facoltose e comunque ti ha invitato solo per il the. Sarebbe disdicevole se rifiutassi».
E così le due ore successive Clarissa le impiegò per percorrere le poche miglia che distanziavano la tenuta della sua famiglia da quella della contessa. Una volta all’ingresso ringraziò il cocchiere ed entrò nel grande salone del castello. L’edificio gotico sembrava immenso e la giovane si sentì per un attimo smarrita. Accompagnata da un silenzioso cameriere in livrea si ritrovò seduta su di una grande poltrona, all’interno di un alto salottino decorato da fronzoli in rococò le cui pareti erano colme di quadri e ritratti di personaggi scuri e arcigni. Il camino, troppo grande per quella sala, era stranamente acceso, sebbene fosse già primavera inoltrata, e le grandi finestre gotiche che davano sull’ampio parco erano chiuse. Il sole difficilmente riusciva a penetrare quegli spessi vetri e così l’atmosfera cupa all’interno era in netto contrasto col bagliore quasi estivo dell’esterno.
Clarissa, abituata alla sua villa luminosa e spaziosa, si sentì opprimere da quella sala e stava meditando se andarsene o meno quando entrò, da una porticina seminascosta da un drappo color mattone, una donna sulla cinquantina: era la contessa di Cruny.
La giovane si alzò e si inchinò alla donna che, con fare galante, la fece sedere con garbo e, una volta seduta anche lei, suonò il piccolo campanello che portava con sé. Dopo pochi secondi entrò una cameriera portando un vassoio con dei pasticcini e del the. Clarissa accettò con cortesia il the offertole e, imbarazzata più che mai, cominciò a sorseggiarlo. La bevanda le parve disgustosa ma si trattenne nel fare delle rimostranze e, al contrario, elogiò il castello, il the e perfino i dolcetti che sapevano, al palato della giovane, da ammuffito. Avrebbe voluto dire alla contessa di aprire le finestre e lasciare entrare l’aria mite di campagna ma l’atteggiamento della donna la prevenì da quell’inopportuna richiesta. La contessa infatti era raffreddata, d’altronde non era abituata alla frescura serale, e probabilmente si era ammalata durante la serata proprio a casa dei Wellings. Clarissa si scusò dell’accaduto e cercò di sorvolare sull’abbigliamento troppo scollato che aveva tenuto la contessa la sera prima. La conversazione languiva e la contessa se ne accorse così, dopo aver terminato di gustare il the, disse alla sua giovane ospite:
«Ieri sera sei stata gentile a stare in mia compagnia. In fondo capisco che i giovani vogliano stare tra loro e ben pochi riescono a seguire le conversazioni di un certo spessore, come quella che ho avuto ieri sera insieme alle mie amiche. Certo non ti sei affatto annoiata lo so, ma mio nipote Arthur sostiene il contrario. Quel ragazzo è piuttosto sfacciato non credi?».
Clarissa la guardò stupita non sapendo cosa rispondere a quella domanda che si riferiva a una persona a lei sconosciuta. In effetti Arthur le sembrò un nome banale e, non ricordandosi di alcun giovane con tale nome tra i suoi conoscenti, cercò di essere vaga rispondendole:
«Purtroppo non saprei dirlo perché non l’ho mai incontrato».
La contessa di Cruny fece una smorfia di sorpresa e le disse alzando di un tono la sua voce baritonale:
«Ma come?! Non vi siete mai incontrati? È impossibile!» e senza aspettare la replica della giovane le disse:
«Arthur è un’artista e in questo momento è a Parigi. In verità non ho ben capito se è uno scrittore o un poeta ma tanto non è importante. Comunque conosce tutti a Londra e mi sembra strano che non ti abbia mai visto. Vero è che vivi in un paesino quindi è probabile che tu non lo conosca comunque organizzerò un incontro. In fondo sei gentile e affabile e mio nipote ha bisogno di conoscere gente per bene. Ultimamente è circondato da soldati oltretutto»
«Soldati?» le scappò di chiedere Clarissa. La giovane si maledì per la sua curiosità perché la sua domanda innocente diede il via a un’interminabile monologo della contessa sul mondo militare e sulle imprese di conquista della grande Inghilterra. Stanca di quelle frasi piene di enfasi e di amor di patria della donna, Clarissa cominciò a immaginare lo sconosciuto Arthur e se lo raffigurò come un damerino con la puzza sotto il naso pronto a strillare e a scappare davanti alle prime difficoltà.
Niente di più falso e la giovane se ne rese conto quando, qualche mese dopo, conobbe il famoso Arthur durante un concerto all’aperto tenuto a Hyde Park. Clarissa aveva infatti accompagnato le sorelle Stevenson a tale evento ma non aveva tenuto in considerazione il fatto che quel concerto era molto rinomato e che il bel mondo londinese lo aveva affollato con i suoi vestiti eleganti e i suoi modi raffinati.
La pagoda al centro del parco era ingombra di strumentisti già dal primo pomeriggio sebbene lo spettacolo iniziasse verso sera. La calura quasi estiva si faceva sentire e molte donne erano nascoste da parasoli colorati mentre si sventolavano l’immancabile ventaglio delle grandi occasioni. Le tre giovani, che avevano prenotato in grande anticipo i loro posti, erano sedute all’ombra di un’alta quercia e si divertivano a osservare l’afflusso di persone. Clarissa, in silenzio, guardava il via vai di gente e ascoltava la conversazione tra le due sorelle. Ad un tratto Susan trattenne un gridolino d’eccitazione e disse quasi sussurrando:
«Non è possibile! E’ venuto anche lui!» e dopo che Beth le chiese delle spiegazioni Susan guardò Clarissa, sedutale di fianco, e le disse:
«Non ti scoccia se gli chiedo di venire vero?! In fondo non troverà mai un posto decente tra tutta questa folla» e senza aspettare che l’amica rispondesse in qualche modo si alzò e, con passo deciso, andò incontro a un giovane che stava chiedendo informazioni a una maschera. Quando vide il viso del signor Sewer il cuore di Clarissa accelerò d’un tratto e divenne rossa d’imbarazzo. I due tornarono verso di loro e il giovane salutò le amiche scusandosi del disturbo ma Susan non volle discussioni: il signor Sewer si sarebbe seduto in loro compagnia. Dopo aver barattato il posto con un loro vicino il giovane si ritrovò accanto a Susan. Clarissa gli sorrise solo una volta ma non gli parlò tanto il suo cuore tamburellava nel suo petto. Il giovane, intuendo invece dal suo atteggiamento che non desiderava stargli accanto, cominciò pian piano a chiacchierare con Susan e ben presto si accorse della simpatia della giovane. Questo lo portò a non pensare più a Clarissa che, gelosa, ora voleva andarsene da lì ma Beth le sussurrò di stare calma dato che ormai il concerto era cominciato.
Lo spettacolo fu magnifico ma per Clarissa fu un completo disastro. Volendo andarsene e lasciare la nuova coppietta intenta nei loro frivoli discorsi, decise di salutarli fingendo di aver visto una sua vecchia conoscenza. Il gruppetto così si sciolse e Clarissa cercò tra la folla un ipotetico conoscente con cui mettere in scena la sua dipartita. Stanca di cercare inutilmente decise di dirigersi verso le carrozze a noleggio prese d’assalto dalla folla proveniente dallo spettacolo. Susan, Beth e il signor Sewer l’avevano persa di vista e così Clarissa cominciò a tranquillizzarsi: in fondo quella serata finalmente era finita.
Il via vai di carrozze era continuo e la folla, che si era creata nell’attesa di salire in una di quelle disponibili, era molta. La giovane non aveva voglia di aspettare il suo turno e così decise di incamminarsi verso un’altra zona del parco sperando di incontrare altre carrozze a nolo. Tornando indietro ampliò il suo percorso per non incontrare il trio che evidentemente si era fermato a chiacchierare da qualche parte o che aveva scelto di trascorrere la serata in qualche locale alla moda. Si ritrovò così a passeggiare per un sentiero illuminato dalle lampade a gas. I pochi passanti che incrociava provenivano dallo spettacolo ma ben presto si ritrovò da sola lungo il cammino e la frescura della sera cominciò a farla rabbrividire. La giovane si rese conto di essersi persa ma non volendo tornare sui suoi passi decise di proseguire. In quel momento sentì una voce in lontananza e poco dopo un applauso mesto aggiunto a qualche voce entusiastica. Incuriosita Clarissa seguì quelle voci e si ritrovò di fronte a un laghetto del parco e sul pontile una persona stava parlando a un piccolo gruppo seduto sulla riva. Avvicinandosi sentì il discorso del giovane e osservandolo ne rimase ammaliata.
Gli ultimi bagliori del sole colpivano in pieno la figura del giovane che, vestito con una leggera camicia e dei pantaloni poveri, indossava degli stivaletti sgualciti. I vestiti lo rendevano simile nell’aspetto a un mendicante ma la voce era melodiosa e i capelli biondi brillavano negli ultimi raggi come se fossero incandescenti. Il viso mite e lo sguardo malinconico erano in netto contrasto con la forza delle parole che quello sconosciuto stava recitando. Clarissa, imbambolata nell’osservarlo, quasi non si accorse che il giovane aveva finito la sua poesia e stava tornando dai suoi amici che lo acclamavano a gran voce.
Il giovane sconosciuto ringraziò la piccola folla che si era riunita e, quando incrociò lo sguardo con quello di Clarissa, le sorrise con gratitudine. Il cuore della giovane accelerò d’un tratto e il ricordo del signor Sewer scomparve dalla sua mente in un attimo. Non sapendo cosa dire Clarissa indietreggiò imbarazzata e accelerò il passo tuttavia la voce melodiosa del giovane la fermò e la fece girare. Ora, di fronte a lei, quello sconosciuto le stava chiedendo chi fosse. Farfugliando il suo nome Clarissa si inchinò distrattamente facendolo sorridere e dopo qualche secondo si presentò sorridendole e baciandole la mano:
«Mi chiamo Arthur Bresbee, piacere di conoscervi. Spero vi sia piaciuta la mia poesia».
Il nome di quel giovane la fece rimanere basita e, cercando una logica che in quel momento non riusciva a intuire, gli rispose agitata:
«Il vostro nome non mi è nuovo signore». Arthur le sorrise e le rispose:
«Forse avete sentito parlare di me a Parigi. Io sono un poeta lì ma qui sono conosciuto solo dai miei amici» e li osservò ridendo. I suoi amici erano vestiti elegantemente e Clarissa si accorse di averli scorti durante lo spettacolo al parco. Arthur però non vi aveva partecipato, infatti si sarebbe ricordata di lui vestito da straccione come era. Osservandolo bene si chiese se fosse davvero lo stesso Arthur, il nipote della contessa di Cruny, e ogni cosa coincideva a parte il vestiario. Il giovane, che intanto aveva cominciato a chiacchierare con alcuni suoi amici, si accorse del viso corrucciato di Clarissa e le chiese incuriosito:
«Qualcosa non va nel mio abbigliamento?» e a questa frase i suoi amici scoppiarono a ridere di gusto compreso lo stesso Arthur, divertito dalla sua stessa battuta. Clarissa lo guardò stupita e gli chiese:
«Siete il nipote della contessa di Cruny?».
A quel nome il viso angelico del giovane si rabbuiò e le si fece vicino. Lo sguardo di Arthur le ghiacciò il sangue e gli disse in tono sommesso:
«Non volevo farvi una domanda così diretta ma la contessa mi ha parlato di suo nipote che ha il vostro stesso nome, è un poeta e si trovava a Parigi. Scusate se sono stata così scortese»
«Non preoccupatevi miss» e così dicendo le offrì il braccio aggiungendo:
«Purtroppo sono il nipote di quella donna ma non temete, non ho il suo stesso carattere» e, di nuovo solare, le sorrise con affetto. Clarissa, colpita da quella spontanea gentilezza, gli sorrise di ricambio e gli si strinse al braccio. Allontanandosi dal parco in compagnia di Arthur e dei suoi amici Clarissa dimenticò così definitivamente il signor Sewer e, come se si fosse liberata da un peso, cominciò a chiacchierare del più e del meno con quelle persone che d’un tratto divennero ai suoi occhi le persone più interessanti che avesse mai conosciuto.

Seconda parte