giovedì 15 ottobre 2015

Clarissa - Settima parte


Susan, a differenza di sua sorella Beth, amava sentirsi lodare come brava disegnatrice, pittrice e pianista. Come sua madre, desiderava essere buona con tutti ma solo per la gratitudine che riceveva in cambio. Lei ammirava mrs Stevenson, voleva essere come lei ma, ultimamente la sua maman aveva un’altra persona nella sua mente, non più la sua figliola prediletta.
Susan se ne accorse un giorno per caso ascoltando di nascosto una conversazione tra i suoi genitori. Mrs Stevenson stava infatti chiacchierando col marito sulla venuta di O’Connor, la notizia del mese, e di conseguenza stava parlando di Clarissa.
«La giovane miss Wellings non è adatta a quel contadino irlandese. Quella ragazza è cresciuta con le nostre figlie e, se non fosse per la sua condizione, potrebbe essere perfetta per qualsiasi giovane nobiluomo.»
«Già peccato che non sia così.»
«Miss Clarissa è davvero una cara ragazza. Non trovo giusto che i suoi genitori la obblighino a frequentare uno straniero. Fosse inglese potrei capirlo ma un irlandese non posso proprio. Non voglio certo essere cattiva con quella gente ma lui non è dei nostri, non è come noi. Un’altra cultura, un’altra religione… forse dovrei parlare con Mrs Wellings che cosa ne pensi caro?»
«Credo che non dovresti immischiarti tesoro. In fondo è loro figlia non tua e credo che abbiano pensato al suo futuro con discernimento.»
«Forse hai ragione caro…»
Qui la conversazione si interruppe per poi, una volta sorseggiato il the, proseguire con discorsi più frivoli e attinenti al mondo benevolo di mrs Stevenson.
Susan ne ebbe abbastanza di ascoltare e corse fuori piangendo.
In quel pomeriggio di inizio autunno un venticello dispettoso scuoteva le fronde degli alberi già colorati con le loro caratteristiche chiome color ruggine o senape, lasciando ondeggiare nell’aria le foglie variopinte e ormai secche. Susan, circondata da quel turbinio colorato, si diresse verso il parco che circondava il villino. Era arrabbiata con Clarissa: ormai le era divenuta antipatica tanto da farla piangere di rabbia. Sconvolta, cominciò a calciare i cumuli di foglie secche che il vento aveva raccolto qua e là ai piedi degli alberi ormai spogli. Senza accorgersene si ritrovò sulla via che portava, dalla tenuta degli Stevenson, al villaggio. Solo due statue ai lati della stradina indicavano l’inizio della via privata con quella del paese. Susan, ancora incollerita, non prestò subito attenzione al viandante che si stava avvicinando lungo la via.
Una volta accortosi si bloccò all’istante osservandolo silenziosa. L’uomo si avvicinò e, salutatala con un cenno del capo, continuò il suo cammino verso la villa. La ragazza, scioccata da tanta indifferenza, disse:
«Ehi voi! Dove state andando?»
L’uomo le rispose senza voltarsi:
«Da quella parte.»
«Siete stato invitato?»
Il viandante giratosi la osservò pensoso e, sorridendo, le rispose:
«Da chi dovrei essere invitato?»
«Come?!»
Susan gli si avvicinò dicendogli irritata:
«Questa è proprietà degli Stevenson. Non potete stare qui se non siete stato invitato!»
«Ne siete sicura? Non vedo alcun cancello che mi sbarra la strada e nemmeno un cartello.»
«Oh voi irlandesi! Vi ho detto che è proprietà privata! Andatevene da qui!»
«Sapete chi sono?» Gli chiese di rimando con calma.
Susan, sconcertata, gli rispose:
«Certo che lo so! Siete l’attrazione di tutto il villaggio! Ora via di qui!»
Gli intimò con la mano.
«E voi chi siete?»
Gli chiese l’irlandese senza badare all’atteggiamento aggressivo della giovane.
Susan, ormai fuori di sé, trasse un lungo sospiro e gli si parò di fronte dicendogli:
«Sono Susan Stevenson.»
«Beh potevate dirlo prima miss che questa è casa vostra no?!» E le sorrise ma fu solo per un attimo perché continuò in modo serio:
«La vostra abitudine di non aver cancelli è una cosa che non capisco.»
«Io invece non capisco perché non ve ne andate.»
O’Connor la osservò divertito notando il suo visino paffuto rosso di collera e i capelli scompigliati dal vento. Le si avvicinò e, togliendosi il cappello, si inchinò con fare galante. Una volta risistemato il suo cappello da contadino le disse:
«Non preoccupatevi miss ora me ne vado.»
«Bene andatevene…e portatela con voi.»
O’Connor si girò e la guardò in silenzio. Susan continuò stavolta con calma:
«Sì avete capito bene. Non siete qui per lei? Allora fate come vi dico: portatela via!»
«Non posso miss anche se volessi.»
«Sciocchezze! Non siete inglese quindi potete anche tralasciare l’etichetta.»
L’irlandese scoppiò a ridere dicendo:
«Miss Wellings non mi ama. Per quale motivo dovrebbe seguirmi?»
«Ma che importa se vi ama o no! Signor O’Connor, tutti sanno qui che voi siete venuto per sposarvi con lei. Che cosa state aspettando?»
«Forse che rompa il fidanzamento.»
«Quale fidanzamento?»
Susan, incredula, lo guardò in attesa di una sua risposta. O’Connor, osservando il cambiamento d’umore della giovane, sorrise tra sé ma, non avendo voglia di continuare la conversazione, le fece un rapido cenno di saluto e se ne tornò indietro. Susan lo rincorse e lo fermò per un braccio dicendogli:
«Con chi si è fidanzata? Ditemelo!»
Stupito da quella reazione istintiva le disse:
«Chiedetelo al signor Sewer.»
«No! Non può essere con lui.» E stringendogli il braccio continuò:
«Ditemelo!»
O’Connor, inizialmente divertito da quella ragazzina, cominciò ora a innervosirsi e con asprezza disse:
«Con Bresby o Brasty…un tizio con un cognome simile», e con uno strattone si divincolò dalla stretta di Susan che, basita, lo fissò in silenzio. L’irlandese, tornato calmo, si girò a guardarla serio e le disse:
«Siete contenta ora?»
La giovane, come svegliatasi da un sogno, gli rispose parlando quasi tra sé:
«Se maman lo viene a sapere…se la contessa e tutto il villaggio lo sapessero…»
e, guardato O’Connor con mutato interesse gli sorrise dicendo:
«Venite con me, vi presenterò alla mia famiglia. In fondo siete un ospite degli Wellings.»
E così i due giovani si diressero verso il villino, l’una contenta e l’altro decisamente confuso.


***


Mrs Stevenson accolse, stupita, l’irlandese nel suo salottino e, rimasta muta lasciò che la figlia le spiegasse come era avvenuto l’incontro fortuito col giovane. Finito il piccolo monologo, non pieno di eccessiva enfasi che O’Connor, disgustato, fece finta di apprezzare, Susan aspettò la risposta di sua madre che però tardava ad arrivare.
Dalle porte finestre che costituivano una parete del salottino si poteva ammirare il piccolo parco adornato dagli alberi autunnali, uno spettacolo che mrs Stevenson continuava a osservare meditabonda. La sua mente infatti vagava invano dall’idea del fidanzamento di Clarissa con il signor Bresbee a quella più realistica del modo in cui darla, perché era ovvio per Susan e la sua maman che quella notizia dovesse essere di dominio pubblico.
O’Connor, che cominciava a spazientirsi all’idea di rimanere seduto in un salotto con due donne che non conosceva, tossì e disse quasi con stizza:
«Vi ringrazio per il the ma ora devo tornare dai Wellings,» e così dicendo fece moto di alzarsi.
Mrs Stevenson lo prevenne alzandosi lei stessa e, con eccessivo garbo, lo accompagnò alla porta d’ingresso ringraziandolo per la sua visita e, mentre l’uomo usciva, gli disse in tono asciutto:
«Siete dunque sicuro di questo fidanzamento?»
L’irlandese la guardò leggermente scocciato e poi, guardando la via davanti a sé le rispose:
«Come ho già ripetuto a vostra figlia, se non mi credete chiedete al signor Sewer,» e, rimessosi il suo cappello, con un cenno del capo alla donna se ne tornò da dove era venuto.
Mrs Stevenson, tornata in salotto, rispose agli occhi interrogativi della figlia dicendole quasi distratta:
«L’estate è terminata ormai e, come sempre, spetta a noi organizzare l’ultima festa di stagione.»
Susan, non capendo dove volesse arrivare, le rispose:
«Sì ma cosa c’entra la festa col fidanzamento di Clarissa?»
«Quale occasione migliore per dare una così bella notizia se non durante la nostra festa?»
Le rispose gongolando la madre. Susan scoppiò a ridere e si batté le mani dalla gioia. Non vedeva l’ora di vedere la reazione di Clarissa e soprattutto quella dell’ignara contessa di Cruny.
In quel momento entrò Beth che, stupita dalla contentezza della sorella, chiese spiegazioni ma Susan, facendo segno con l’indice alle labbra le disse che era un segreto e che avrebbe dovuto aspettare fino alla festa.
Mrs Stevenson annuì alla sua idea e, come se nulla fosse accaduto, tornò a ricamare il suo bozzetto mentre le due sorelle uscivano in giardino, una saltellando e l’altra seguendola taciturna.
Beth infatti conosceva sua sorella e sapeva bene che quando lei era felice significava che qualcosa bolliva in pentola. Cosa non lo sapeva dire ma il suo sesto senso la mise in allerta.


***


Alcuni giorni dopo gli Wellings ricevettero l’invito della festa in casa Stevenson. L’invito era esteso anche a O’Connor che, dimenticato l’incontro con Susan, si domandava cosa c’entrasse con quella gente. Mrs Wellings invece la prese in allegria, in fondo amava le feste e anche se era dagli Stevenson, ormai era una tradizione presentarsi. E così la famiglia Wellings accompagnati dall’irlandese, alquanto irritato nel dover presentarsi con un completo da damerino (di seconda mano) imprestatogli da Mr Wellings, si ritrovarono puntuali davanti alla villa dei loro vicini.
Accolti dai padroni di casa con eccessiva gentilezza ben presto la famiglia si divise e così Clarissa fu subito libera di gironzolare per i saloni gremiti dai nobili del villaggio. Cercando con gli occhi il signor Sewer che non vedeva da una settimana, si imbatté in Susan che, sorridendole, la prese sotto braccio e, chiacchierando del più e del meno, l’accompagnò al salone principale dove era stata allestita una piccola sala da ballo. La piccola orchestrina ingaggiata per l’occasione suonava in quel momento una quadriglia e molte persone si affollavano in quel ballo. Clarissa, lasciato il braccio di Susan la guardò confusa non capendo le intenzioni della ragazza. Ma i suoi dubbi svanirono quando vide in un gruppetto in piedi vicino a una finestra la figura di Sewer. Il cuore accelerò e, non prestando più attenzione alle parole di Susan, che continuava a parlarle senza mai fermarsi, la salutò con un cenno e si avvicinò al giovane che, una volta notata, si fece largo tra alcune coppie di ballerini e le baciò la mano in segno di saluto. Quel gesto affettuoso fu notato non solo da Susan ma anche da O’Connor che non aveva mai perso di vista Clarissa.
Susan, furiosa, si allontanò lasciando Clarissa e Sewer discorrere allegramente e si ritrovò a sperare che la notizia del fidanzamento arrivasse alla contessa il più presto possibile. Infatti la contessa di Cruny, arrivata tra i primi, era seduta in compagnia delle sue amiche tra cui mrs Stevenson che non le faceva mai mancare la sua parlantina, più frizzante che mai. La contessa, seduta in un angolo del salone da ballo osservava con discreta contentezza le coppie danzare. Le altre dame invece cercavano di dimostrare la loro amicizia alla contessa con discorsi frivoli e mondani.
Mrs Stevenson, notando che la donna stava osservando Clarissa e Sewer, capì che era il momento giusto per parlare e così, alzando un po’ il tono della voce per farsi sentire dalla contessa dato il suono della musica e il vociare degli ospiti troppo alto, le disse sorridendo:
«Vedo che la festicciola è di vostro gusto contessa,» e senza aspettare la risposta continuò accennando ai due giovani, «vedo che avete notato anche voi miss Wellings stasera.»
«Sì, quella ragazza mi è simpatica,» le rispose senza guardarla. Mrs Stevenson proseguì più risoluta volendo arrivare subito al dunque:
«Oh mi fa piacere… e sono certa che farà piacere anche a vostro nipote dato che quando tornerà dovrà organizzare il matrimonio. La vostra benedizione è una cosa meravigliosa e…,» la donna non fece in tempo a terminare la frase che le morì in gola. La contessa la stava ora guardando corrucciata.
Con finto stupore mrs Stevenson le disse:
«Ho forse detto qualcosa che non va?»
«Di cosa state parlando?» Fu invece la risposta accigliata.
«Ah! Non lo sapevate? Credevo che il signor Bresbee vi avesse accennato del suo fidanzamento con…»
«Fidanzamento?!» Proruppe la contessa con il tono più alto della sua voce baritonale. Tutti si girarono a fissarla e anche chi danzava si fermò a vedere cosa stesse accadendo. L’orchestrina, notato il subbuglio, fermò la musica.
Mrs Stevenson, più sconcertata dalla reazione degli ospiti che non quella della contessa, si agitò dicendole con calma:
«Oh mi rincresce contessa, pensavo lo sapeste.»
«Ma di che diamine state parlando mrs Stevenson!» L’aggredì di rimando la donna e, alzandosi tra gli sguardi increduli della piccola folla che le circondava, le disse:
«Mrs Stevenson mio nipote è in guerra e non tollero che si sparli di lui in questo modo!»
«Oh…ma certo, sì…non credevo che…,» ribatté la donna con timore e sgomento.
La contessa, guardatala con disprezzo, con plateale ritegno si diresse verso l’uscita della sala ma fu fermata da O’Connor che le si parò di fronte con noncuranza. La contessa, più irritata che mai, lo guardò fulminandolo con lo sguardo. Il giovane, che vestiva con un abito elegante ma fuori moda, le sorrise dicendole:
«Avete ragione ad andarvene ma se fossi in voi chiederei a quel signore lì qualche notizia in più sul fidanzamento del vostro nipotino,» le disse accennando con un gesto vago al signor Sewer che, muto e incredulo li stava guardando a due passi di distanza. Clarissa, in piedi vicino a lui, lo guardò per un momento confusa.
La contessa, ribollendo d’ira gli rispose squadrandolo:
«E questo tizio da dove salta fuori?» E senza aspettare risposta si girò verso Sewer dicendogli:
«E’ forse un vostro amico signor Sewer?»
«No contessa,» fu subito la risposta.
«E allora perché dovrei chiedervi di questa assurdità?»
«Perché vostro nipote ha parlato al signor Sewer del suo fidanzamento,» si intromise O’Connor sorridendo. La contessa, basita, lo fissò senza replicare e poi guardò Sewer che divenne pallido come un lenzuolo.
«Allora? È vero signor Sewer, quello che sta dicendo?»
«Ecco contessa…,» cominciò il giovane più agitato che mai.
«Dite alla contessa quello che mi avete detto sul treno l’altro giorno,» rincarò O’Connor con un ghigno di sfida sul viso.
Nel frattempo la notizia di un presunto fidanzamento del signor Bresbee si propagò di bocca in bocca e tutti, ormai, erano ansiosi di conoscere la fortunata. Susan gongolava tra sé per il successo ottenuto pregustando il momento in cui il signor Sewer avrebbe rivelato il nome di Clarissa.
Il giovane infatti doveva dire qualcosa, ormai si era esposto troppo e tutto per colpa di una bugia, ma non gli riusciva di dire una sola parola. O’Connor, stanco del comportamento del giovane nobile, parlò per lui:
«Il signor Sewer mi ha fatto intendere che vostro nipote, il signor Bresbee, è fidanzato con Clarissa Wellings.»
Quella frase fu come una scossa elettrica: tutti si agitarono e iniziarono a confabulare tra loro. La contessa, sbiancata di colpo, vagava con lo sguardo ora dal signor Sewer, ora da Clarissa che, caduta dalle nuvole, non sapeva che fare. La donna, infagottata in un elegante ed elaborato vestito di taffettà, all’improvviso sembrò cedere e il suo corpo massiccio, come un palloncino sgonfio, si accasciò sul pavimento. Molti intervennero per aiutare la contessa di Cruny a rinvenire e una folla sbigottita presto si dimenticò di Clarissa e di Sewer che, nella baraonda dovuta al plateale svenimento, furono spinti fuori dalla sala.
I due, ora, si guardarono senza proferire parola. Clarissa, che aveva capito a stento la frase di O’Connor, riconobbe sul viso del “suo” Michael lo sgomento di chi aveva fatto un’azione ignobile.
La giovane lo afferrò per un braccio e, sussurrando, gli disse:
«Dimmi che non è vero.»
Sewer la guardò sconfortato ma, invece di replicare, abbassò lo sguardo rimanendo muto. Clarissa, facendo qualche passo indietro gli disse tra le lacrime:
«Perché lo hai fatto? Perché hai messo in mezzo Arthur? Se davvero non mi vuoi… perché gli hai detto quella falsità? Perché?» e, non riuscendo più a trattenersi, corse fuori dalla villa.
I valletti delle varie carrozze, che bighellonavano vicino ai veicoli, la osservarono curiosi notando il suo viso sconvolto. Clarissa, non sapendo dove andare, prese di corsa la via che portava alla strada del villaggio ma fu raggiunta e fermata da Sewer che, ansimante, le disse:
«Credevo che avesse capito che era una burla. Quell’irlandese ha preso un abbaglio!»
«Lasciami in pace Michael! Non voglio più vederti!» E così, si divincolò e corse verso la strada immersa nella foschia serale, lasciando il giovane confuso e rammaricato.

venerdì 4 settembre 2015

Clarissa - Sesta parte


La famiglia Stevenson, come del resto l’intero villaggio, fu stupita dal ritorno dei Wellings in compagnia di un irlandese sconosciuto e, soprattutto, a seguito dell’interessamento del signor Sewer. Susan, infatti, quando ne venne a conoscenza tramite sua madre, all’inizio non riuscì a crederci e, meditabonda, si richiuse in un mesto silenzio. Sua sorella Beth, che intuiva lo stato d’animo di Susan, alla fine, mentre si stavano preparando per la notte le disse per tranquillizzarla:
«Susan credi davvero che il signor Sewer abbia fatto quel viaggio solo per Clarissa? Dimenticandosi così dell’etichetta e delle sue maniere da gentiluomo? Io non credo…»
La sorella la guardò per un secondo e poi senza guardarla le rispose:
«Da quello che ha detto maman è andata proprio così. Il signor Sewer è andato in Irlanda solo per lei»
Enfatizzando quel “lei” con una smorfia di disgusto. Beth, fingendo di non notare il comportamento stizzoso di Susan, continuò stavolta con enfasi:
«No, secondo me ti sbagli. Se fosse così il signor Sewer non avrebbe aspettato più di un mese dalla partenza di miss Wellings. Di sicuro sarebbe corso da lei dopo qualche giorno. Oltretutto maman ha detto che la contessa di Cruny, depressa dall’arruolamento del signor Bresbee, ha incaricato proprio il signor Sewer di riportare indietro miss Wellings dato che lei è…una conoscenza del nipote. Sono certa che il signor Sewer ha agito così solo per condiscendere al volere della contessa.»
«Miss Wellings una conoscenza del signor Bresbee?! Tanto rumore per nulla Beth! Credimi il signor Bresbee non la considerava di certo una propria conoscenza ma solo una nostra conoscenza e nulla di più. L’agire della contessa di Cruny è sicuramente stato frutto di un fraintendimento. Comunque il signor Sewer, se come dici tu, ha agito in nome della buona fede della contessa, allora non c’è nulla di riprovevole. Inoltre quell’irlandese…da quello che ho sentito dire da maman è il fidanzato segreto di miss Wellings! Non mi stupisce affatto che lei non ne abbia fatto parola con noi! Oh Beth ti ringrazio! Ora sono molto più tranquilla. Il mio signor Sewer è al sicuro dalle mire di quella borghesina!»E così le due ragazzine si addormentarono ridacchiando e discorrendo in tal modo fino a sera inoltrata.
Le notizie che avevano ricevuto dalla loro maman erano però solo frutto di dicerie e di chiacchiere, che di bocca in bocca, si erano ingigantite a dismisura. Ormai tutti al villaggio erano convinti che l’operato del signor Sewer era stato influenzato dal volere della contessa e che il nuovo venuto, il signor O’Connor, fosse il fidanzato segreto di Clarissa. La famiglia Wellings, ignara di quel chiacchiericcio che animava le conversazioni dei nobili dei dintorni, riprese la sua abituale routine non prima di aver fatto visita alla contessa di Cruny mentre O’Connor, che non aveva motivo di seguire la famiglia, cominciò a familiarizzare con i fattori locali.
La visita dei Wellings ruppe, per qualche ora, la monotona e tediosa vita della contessa che, immersa nel turbamento dovuto alla scomparsa del suo bel nipotino, non faceva altro che leggere la gazzetta del giorno sospirando a malincuore della sua cattiva sorte.
Furono così accolti con un’affettuosa cortesia che mrs Wellings non le aveva mai notato fino ad allora. Conclusisi i convenevoli la contessa li aggiornò sull’andamento della guerra oltre Manica con un tocco di cupa teatralità che ai tre ospiti parve esagerata.
«Notizie orribili! Orribili miei cari! La guerra sta andando male per i francesi! Un’ecatombe, un disastro e pensare che Arthur è uno di quei poveri disgraziati! Oh che destino nefasto! Che orrore!»
Mrs Wellings, più curiosa che preoccupata, la interruppe con garbo chiedendole se avesse notizie dal fronte da parte del nipote ma la contessa, evidentemente contenta di tale domanda, accalorandosi le rispose con enfasi:
«Oh Mrs Wellings! Che sciagura non poter avere notizie di mio nipote! Sono passate alcune settimane e ancora dal fronte nulla! Solo la gazzetta ne parla!»
E a queste parole la donna scoppiò in lacrime e in un modo assai fragoroso e inaspettato che i tre ospiti ne rimasero assai impressionati. Clarissa, osservando la scena pietosa, si stupì nel notare nel comportamento della contessa, una certa enfasi innaturale come se in realtà la donna stesse recitando una parte e che, nei pensieri della giovane, si accomunava ai lamenti poco decorosi delle donne che seguivano il corteo funebre. In contrasto con il suo carattere riservato quello scoppio di emozioni irritò notevolmente Clarissa che, impulsivamente, disse alla contessa in lacrime:
«Tali emozioni non mi sembrano motivate contessa. Sono certa che il signor Bresbee sta bene e sono certa che non abbiate ricevuto alcuna sua notizia solo a causa del malfunzionamento della posta.»
«Mia figlia ha ragione contessa! Non c’è ragione di disperarsi tanto.»
Le fece eco la madre. La contessa, stupita nel vedersi chiudere la bocca in tal modo, smise subito di piagnucolare e, irritata nel constatare che i suoi ospiti avevano ragione, si soffiò il naso con stizza e cambiò decisamente discorso. A questo punto fu interpellato mr Wellings che, muto fino ad allora, dovette interloquire, di malavoglia, con la contessa. Le chiacchiere sul nuovo arrivato erano infatti arrivate, tramite ovviamente la premura di mrs Stevenson, alle orecchie della donna che si interessò alla notizia con la stessa enfasi con cui, pochi momenti prima, aveva parlato del suo caro nipotino.
«Allora Mr Wellings come si trova il vostro nuovo ospite? Ho sentito che è irlandese e che è il figlio adottivo del vostro amico…il signor O’Sallivan mi pare»
«Sì è come dite contessa», rispose al quanto stupito mr Wellings.
«E come si trova qui da noi?» Continuò la contessa.
«Bene suppongo…»
«Immagino sia qui per affari» e così dicendo guardò ammiccando verso Clarissa. Mr Wellings, intuendone il significato, si schermì leggermente offeso e le rispose:
«I suoi affari coincidono con i miei d’altronde è qui in vece del signor O’Sallivan che, a causa di altri impegni pregressi, non è potuto essere qui.»
La contessa a questo punto, stupita, non continuò il discorso e con disinteresse prese a parlare dei fatti generali accaduti durante l’assenza dei Wellings. Notizie di nessuna importanza che resero la conversazione alquanto penosa. Solo l’arrivo del the con i famigerati pasticcini ammuffiti parve ridonare animo ai tre ospiti e così si concluse la visita dei Wellings al castello della contessa di Cruny.
Le informazioni ricevute dalla contessa furono, durante il ritorno in carrozza, argomento di biasimo e disgusto da parte di mrs Wellings:
«Mi domando il motivo di tale congettura», ripensando all’uscita della contessa riguardo Clarissa e l’irlandese e, notando che i suoi familiari non la stavano ascoltando, continuò con più brio:
«La cosa non mi stupisce affatto! La contessa deve aver congetturato solo tramite le maldicenze e le chiacchiere di qualcun altro, del resto non è certo un’aquila in tali frangenti. Ma chi poi ha messo in giro queste assurdità lo vorrei proprio sapere! Clarissa che cosa ne pensi?»
La giovane guardò sua madre dubbiosa, in verità non aveva motivo di avere invidie o nemici di sorta anche se il ricordo dei discorsi delle sorelle Stevenson alla festa di Bresbee accesero in lei un certo risentimento. Non ne parlò però con la madre che, d'altronde, aveva già cambiato argomento e tono di conversazione:
«Poteva certo risparmiarsi quella commedia! Piagnucolare in quel modo! Ho avuto vergogna per lei e per fortuna non era presente mrs Stevenson! Sia ringraziato Dio!»
Mr Wellings la guardò con curiosità e le chiese il motivo di tale affermazione.
«Mio caro è ovvio che avrebbe rincarato la dose con quella lì al suo fianco. Non lo sapete che mrs Stevenson è la donna più empatica dei dintorni?! Di certo le avrebbe retto la parte e solo per pura compassione, anzi no per puro divertimento!»
«Non credo, anzi sono certo che in simili circostanze si sarebbe comportata come noi», le rispose in tono pacato il marito.
«Sì certo…comunque per quanto mi riguarda, solo mrs Stevenson ha tutte le ragioni per mettere in ridicolo nostra figlia»
«In che senso?» Le chiese stupito suo marito che non capiva ora di cosa stesse parlando, come del resto Clarissa che la guardava basita.
«Ma è chiarissimo! Mrs Stevenson ha saputo che eravamo tornati con l’irlandese e in compagnia del signor Sewer e questo l’ha messa in allarme perché è chiaro che ha delle mire sul signor Sewer, questo mi sembra lampante, e la notizia del suo viaggio in Irlanda l’ha messa ancora di più in agitazione. Di conseguenza l’apparizione di un irlandese è stata una manna dal cielo per le congetture della sua fantasiosa testolina.»
«Non sono d’accordo», le rispose con garbo il marito che continuò in tono solenne:
«Mrs Stevenson è una buona donna e sono certo che le chiacchiere che ha influenzato l’opinione della contessa derivano dal popolino e non certo da lei o dalle famiglie benestanti. Mi dispiace ma la tua antipatia nei confronti di mrs Stevenson ti ha confuso.»
«Ah no mio caro! Sono convinta di quello che dico! Non è forse stata lei a dirmi che Clarissa se ne andava in Irlanda prima che noi, suoi genitori, ne sapessimo alcunché?!»
«Cosa c’entra ora questo discorso! È venuta a saperlo dalle sue figlie che erano con nostra figlia.»
«Sì ma non ha avuto remore nel dirmelo»
«Evidentemente pensava che fosse già tutto organizzato da noi e non che fosse un’idea di Clarissa.»
«Sciocchezze! Ha creduto bene di informarmi della cosa con così tanta leggerezza… ah che rabbia che mi fa quella donna! Così buona all’apparenza! Una serpe ecco cosa è!»
«Credo che tu abbia preso un abbaglio mia cara. Solo perché ti sta antipatico qualcuno.»
«Vedremo allora! La metterò alle strette, se è stata lei a mettere in giro quella voce allora è come dico io. E non credere che le figlie siano tanto meglio! Non ricordi forse il motivo della decisione di nostra figlia nel venire con noi in Irlanda? Beh un detto dice: “tale madre, tale figlia”.»
A questo punto mr Wellings, stanco nel controbattere, sbuffò e non rispose mentre Clarissa, che aveva ascoltato senza fiatare, si accorse che sua madre la pensava al suo stesso modo. Della famiglia Stevenson di certo non poteva più fidarsi.
Nel mentre furono in vista del loro villino e il trio si quietò all’istante nell’ammirare il paesaggio tanto caro in quell’ora pomeridiana.
***
Come è facile intuire la diceria del fidanzamento segreto tra Clarissa e l’irlandese arrivò anche alle orecchie di Sewer che, stupito da quella notizia, si chiuse nel suo studio per meditare sul da farsi.
Il viaggio di ritorno in compagnia di quello sconosciuto era stato, per il giovane inglese, a tratti una vera tortura. Ora, comodamente seduto sulla sua poltrona, era libero di analizzare gli sguardi del suo nuovo rivale, dato che Bresbee era scomparso dalla scena, e con disgusto ricordò il fare e le chiacchiere dell’irlandese quando questi aveva deciso di sedersi al suo fianco nel treno per Dublino. Un viaggio di poche ore ma che Sewer ricordò con stizza infinita.
Sedutosi proprio di fronte all’inglese O’Connor aveva subito iniziato a discorrere sebbene il suo compagno di viaggio non lo stesse ascoltando. Sewer, infatti, stava leggendo il giornale locale sperando in qualche notizia dal fronte prussiano. O’Connor, che si sentiva a disagio a causa dell’abbigliamento alla moda dell’inglese, decise di intavolare un discorso sulla guerra in atto. Sewer, con la coda dell’occhio, lo ascoltò distratto. L’irlandese, finito il suo monologo, decise di mettere alle strette il nobile irrompendo con una frase ad effetto che Sewer subito non capì dato il suo disinteressamento:
«Miss Wellings è davvero una ragazza fortunata!»
«Come?!»
O’Connor lo guardò sornione e continuò:
«Ha voi come amico. In fondo non mi stupisce la vostra venuta in Irlanda.»
«Non capisco perché avrebbe dovuto stupirvi il mio arrivo, in fondo conosco il vostro paese.»
«Sì lo so. Siete il proprietario di molti campi nelle vicinanze del mio villaggio. Il signor O’Sallivan mi ha parlato di voi.»
A questo punto Sewer ricominciò la lettura del giornale e O’Connor, leggermente offeso da quel gesto disse quasi tra sé:
«Questo signor Bresbee deve essere una persona davvero importante per miss Wellings se siete venuto qui apposta. Siete davvero un amico…»
Sewer lo guardò di striscio e, fingendo di leggere, gli rispose:
«Il signor Bresbee è il suo fidanzato. Avevo un obbligo d’onore verso di lui.»
A queste parole O’Connor spalancò la bocca dallo stupore e questo fece sorridere Sewer che continuò, stavolta guardandolo in viso:
«Pensavo che miss Wellings ve lo avesse detto.»
L’irlandese continuò a guardarlo senza rispondere. Nella sua mente ora c’era la confusione più totale. Sewer finalmente si sentì a suo agio ora che il silenzio era calato tra loro e che continuò fino all’arrivo in Inghilterra.
Ricordando ora quelle parole il giovane inglese si stupì di se stesso: non era da lui dire falsità. L’espressione dell’irlandese lo fece però sorridere e con calma aprì un libro. Pensoso cominciò a sfogliarlo ma la sua mente continuava a pensare a Clarissa insieme a quel O’Connor. Alla fine decise che ne avrebbe parlato a Clarissa di quella diceria, in fondo era inutile preoccuparsi ora.
A casa Wellings la tranquillità regnava sovrana. Mrs Wellings, intenta a leggere la gazzetta del giorno, si deliziava nell’ascoltare le melodie che Clarissa stava tentando, nel piccolo studio adiacente, di suonare al piano. La musica arrivava a tratti ed era intercalata dalle parole del maestro di piano che, con fare altero, cercava di trasmettere alla giovane qualche nozione di musica.
La lezione stava procedendo, al solito, a rilento dovuto allo scarso interesse di Clarissa nel pigiare i tasti del pianoforte a coda che un parente facoltoso le aveva regalato tempo addietro.
Mrs Wellings, che meditava tra sé sul successo che sua figlia avrebbe ottenuto in società se fosse stata in grado di finire una melodia, non si accorse della venuta del maggiordomo che dovette alzare la sua voce da vecchio per annunciare la visita del signor Sewer.
Il giovane, di lì a poco, entrò nel salotto e, con fare cortese, si tolse il cappello e salutò la donna che, sorpresa, lo guardò ammirata. Sewer, infatti, vestiva con modesta eleganza ma il suo portamento rispecchiava quello di un nobile d’altri tempi. Mrs Wellings fece accomodare il suo ospite e, subito, sentendo le note del piano provenire dallo studio, gli disse:
«Signor Sewer sono felice che siate venuto. Ormai la lezione di piano di Clarissa sta per terminare. Tra poco verrà a salutarvi, nel frattempo gradite un the e dei dolcetti?»
Il giovane la guardò e, sorridente, accettò di buon grado. Il maggiordomo, rimasto in disparte fino allora, colse l’ordine e, dopo qualche minuto, una cameriera portò tutto l’occorrente per una degna merenda estiva. Il the infatti era appena tiepido e i dolcetti erano delle prelibatezze che, di certo, superavano in gusto e aspetto quelli della contessa di Cruny. Mrs Wellings, assaporando il gusto di un pasticcino cremoso, non poté trattenersi dall’elogiare miss Stuart la cui pasticceria non aveva rivali. Ovviamente non riuscì a evitare di confrontare i suoi pasticcini con quelli della contessa e così, senza volerlo, raccontò della visita degli Wellings a casa della contessa. Sewer, incuriosito, lasciò parlare la donna che, tra un commento e l’altro, rivelò le dicerie riguardo Clarissa e l’irlandese.
Rimasto basito il giovane non riuscì a deglutire e scoppiò in un colpo di tosse che zittì Mrs Wellings. In quel momento uscì dallo studio Clarissa e il maestro che, entrambi, lo guardarono stupiti. Sewer si alzò e salutò i nuovi venuti con un certo impaccio mentre mrs Wellings elogiava il talento di sua figlia al piano. Non notando che Clarissa cominciava a divenire rossa d’imbarazzo, la madre spiegò al giovane i progressi della figlia ma poi, accortasi del maestro, decise di accompagnarlo alla porta e così i due rimasero soli. Senza la voce allegra di mrs Wellings il salottino piombò in un silenzio teso che Clarissa interruppe chiedendo al giovane come stava. Sewer, ancora in piedi, le rispose in modo vago e, non sapendo come continuare il discorso, cominciò a giocherellare col cappello che teneva in mano. Alla fine il giovane si avvicinò a Clarissa e le disse:
«Al paese tutti pensano che…l’irlandese sia una vostra conoscenza…»
In quel momento i loro occhi si incontrarono ma entrambi distolsero lo sguardo. Clarissa, alquanto agitata e con le guance in fiamme, gli rispose:
«Non è come pensate, lavora con mio padre.»
«Bene», fu la risposta sussurrata di Sewer che, felice, tirò un sospiro di sollievo. Poi, come per volersi scusare, le disse:
«Lo sapevo, voi non potevate essere la fidanzata di un contadino e di questo ne sono lieto.»
Clarissa, a questo punto, lo guardò incredula: perché non poteva essere la fidanzata di un contadino? Non era forse libera di scegliere chi sposare?
Sewer, sorridendole, la salutò con garbo dato che non aveva più motivo per rimanere ma la giovane lo fermò per un braccio ma non riuscì a dirgli nulla. Entrambi rimasero così immobili l’uno di fronte all’altro ma, d’improvviso, Sewer l’abbracciò di slancio e il cuore di lei accelerò in un istante. Fu però solo un momento perché il giovane se ne andò in fretta e solo il saluto di sua madre, ancora nel vestibolo col maestro, la fece tornare in sé.
È facile immaginarsi che entrambi i giovani passarono il resto della giornata immersi nei loro pensieri, felici come non mai. Il cambio d’umore di Clarissa fu notato da tutta la sua famiglia compreso O’Connor che, sospettoso, cercò di capire il motivo di quella contentezza. Clarissa era, come è facile intuire, il suo obiettivo finale e così tramava in segreto per farsi amico mr Wellings in modo da ottenere la sua fiducia.
Fino ad allora tutto era andato come previsto, solo l’affermazione di Sewer lo aveva lasciato interdetto. Se Clarissa fosse stata veramente fidanzata con Bresbee il suo piano amoroso non avrebbe avuto futuro tuttavia il giovane nobile si era arruolato al fronte e forse, come sperava O’Connor, era già morto. Non c’era dunque da preoccuparsi ma allora qual’era il motivo per cui Clarissa era felice? Il nome del signor Sewer ultimamente usciva sempre nei discorsi della giovane e quindi l’irlandese intuì che ci fosse del tenero tra i due. Il suo orgoglio decise per lui: avrebbe fatto ogni cosa in suo potere per rovinare il loro idillio.

Settima parte 

mercoledì 15 luglio 2015

Clarissa - Quinta parte


Le notizie di una crisi diplomatica tra la Francia di Napoleone III e la Prussia di Otto von Bismarck animavano, in quei giorni estivi, tutti i salotti londinesi. La politica non era argomento di discussione tra i frequentatori del castello della contessa di Cruny tuttavia la donna, conoscendo la simpatia che suo nipote provava per i francesi, cominciò ad agitarsi. Non volendo sembrare troppo apprensiva verso Arthur decise, un giorno afoso di Luglio, di invitare per il suo consueto the delle cinque, il signor Sewer. Il giovane, infatti, era divenuto amico del nipote e la donna sperava di riuscire, tramite Sewer, a dissuadere Arthur dalle sue idee patriottiche. Non aveva però preso in considerazione il fatto che Sewer, geloso di Arthur a causa di Clarissa, lo vedeva in tutt’altra ottica. 

La gita di Amesbury, di qualche settimana addietro, era divenuta infatti un pretesto, per Sewer, per osservare il suo rivale alle prese con le entusiaste sorelle Stevenson. Le due giovani, senza accorgersi del loro comportamento fin troppo esuberante, non lasciavano mai solo Arthur e lo tempestavano di domande sui cerchi di pietra che erano la meta di quella gita. Gli amici francesi le stuzzicavano ridacchiando e Arthur, controvoglia, divenne il cicerone del gruppo. Sewer, invece, rimase in disparte a osservare quelle buffe scene sorridendo tra sé a tutte le sciocchezze che il rivale esponeva al gruppo come se avesse studiato un’intera enciclopedia storica. Arthur in realtà avrebbe voluto cancellare quella gita perché l’aveva proposta solo per farsi perdonare da Clarissa quel giorno alla sua festa, tuttavia, lei aveva rifiutato l’invito andandosene frettolosamente senza lasciare il tempo al giovane di formulare un’alternativa. Se Sewer non fosse stato presente nel momento in cui la invitava, la gita sarebbe rimasta solo un’idea astratta ma le cose erano andate diversamente e così, con rammarico, era stato costretto a invitare il resto del gruppo. Il giovane Bresbee sapeva di essere al centro dell’attenzione quel giorno e invidiava notevolmente Sewer che camminava immerso nei propri pensieri tra le stele di pietra. D’un tratto Arthur provò, nel vederlo, un forte senso di rabbia infatti non voleva essere lì a chiacchierare di pietre di cui non sapeva alcunché con le voci allegre e leggermente stridule delle due miss Stevenson che lo esasperavano. Per non parlare dei suoi amici francesi che lo guardavano ridacchiando tra loro. Fortunatamente il suo amico Jan Jack Loussier, il francese che alla festa di Bresbee aveva fatto delle avance a Clarissa, si intromise in quella scenetta patetica esclamando di essere stanco e di aver visto fin troppe pietre quel giorno. Le due miss ammutolirono e tutti lo guardarono fissandolo con stupore, solo Arthur gli sorrise di gratitudine. La gita si concluse lì e Sewer fu sorpreso nel constatare, nel viso del rivale, la stanchezza di quelle poche ore. Da quel giorno i due giovani cominciarono, all’inizio per caso, a trovarsi per chiacchierare del più e del meno. Entrambi si accorsero di avere aspetti caratteriali simili anche se le loro passioni e idee erano decisamente contrapposti. Senza rendersene conto Sewer cominciò ad aprirsi con Arthur divagando sulla sua vita e sui suoi passatempi mentre Bresbee, tralasciando la sua passione per la poesia e le sue idee romantiche riguardo alla guerra, rimase ad ascoltarlo evadendo le domande che il suo nuovo amico gli faceva riguardo al suo passato. Pian piano i due cominciarono, in quelle settimane estive, a vedersi con regolarità e a far pratica con il tiro al piattello. Sewer era abile nel colpirli mentre Arthur era assai scarso tuttavia, con l’esercizio, eguagliò l’amico e così divenne pratica comune, tra i due, sfidarsi in quell’attività. 

La mancanza di Clarissa, che durava da settimane, cominciò a farsi sentire nel cuore di Sewer che ne parlò con franchezza all’amico che lo ascoltò silenzioso. Bresbee comprese il sincero affetto che l’amico provava per Clarissa e lo comparò al suo e si avvide che per lui la giovane era solo un vago ricordo. Mentre in Irlanda Clarissa soffriva di noia e di malinconia, i due trascorsero così quelle settimane con relativa calma, fino a quel giorno in cui Sewer si vide recapitare dal suo maggiordomo l’invito da parte della contessa di Cruny.
Chiedendosi in cuor suo il motivo di quella missiva, Sewer si recò senza indugio al castello. Totalmente all’oscuro delle preoccupazioni della donna, entrò nel salotto dove la contessa lo aspettava vestita con uno sfarzoso abito pieno di fronzoli. Agli occhi del giovane la donna sembrava un’enorme pasticcino decorato ma Sewer riuscì a trattenere il suo riso perché lo sguardo della contessa lo bloccò all’istante. Invitato a sedersi con un cenno deciso della mano paffuta di lei, il giovane nobile ascoltò con curiosità le parole della donna che uscirono, in un sibilo rauco, come un vortice: 
«Signor Sewer voi siete amico di mio nipote e conoscete le sue fantasticherie riguardo la guerra e al suo inusuale senso patriottico verso questa Francia… voi sapete che la situazione è tragica vero? »
«Sì contessa…» rispose il giovane guardandola inquieto. 
«Immagino che avrete sentito parlare del "dispaccio di Ems" » e così dicendo gli porse un giornale londinese, di qualche giorno addietro, in cui era scritto a caratteri cubitali, al centro della pagina "Napoleone III dichiara guerra alla Prussia". Sewer lesse frettolosamente l’articolo in cui si dava ampio spazio al dispaccio avvenuto tra l’ambasciatore francese e il re Guglielmo I riguardo al rifiuto di quest’ultimo a candidare un proprio parente al trono di Spagna. Napoleone III aveva osteggiato fin dal principio la candidatura di un tedesco al trono spagnolo e, il giornalista londinese descrisse il ruolo di Bismarck come "decisivo" in quanto mediatore tra i due stati. Il rifiuto contenuto nel dispaccio di Ems fu analizzato nell’articolo e bollato come offensivo nei riguardi dell’ambasciatore e quindi di Napoleone III e dell’intera Francia. Il giornalista concluse che era prevedibile la conseguenza a tale gesto ovvero l’entrata in guerra della Francia contro la Prussia e gli stati tedeschi suoi alleati. Finito di leggere Sewer guardò la contessa che, in quel momento, aveva cambiato repentinamente espressione. Il giovane, che non sapeva che cosa dire, si limitò a osservare la donna che, a stento, riusciva a trattenere le lacrime. Cercando di darsi un tono la contessa di Cruny gli disse, interrompendosi più volte per soffiarsi il naso col suo fazzoletto di seta:
«Che cosa ne pensate signor Sewer? Arthur…il mio carissimo nipote vorrà andare in guerra ora che è iniziata…non credete signor Sewer?...Non ne ha mai parlato con voi? »
Sorpreso, il giovane le rispose cercando di essere vago:
«Il signor Bresbee mi ha accennato delle sue idee patriottiche ma credo che siano solo fantasie di una mente romantica contessa. Nulla di concreto…»
«Ah signor Sewer! Vorrei crederci anch’io ma…ma il signor Loussier, conoscete il signor Loussier vero?» e, a un cenno affermativo del giovane, la donna continuò alzando di un tono la sua voce baritonale: 
«Ecco questo tenente, o capitano non so, mi ha fatto visita due giorni fa portandomi questo giornale, che avete letto anche voi, dicendomi serio che Arthur si è arruolato e si trova già a Londra»
«Come?!» si intromise Sewer che la guardò stavolta con agitazione. Non vedeva l’amico da qualche giorno ma l’ultima volta che si erano incontrati non avevano parlato della guerra imminente ma solo di Clarissa. Il pensiero della giovane gli balenò per un secondo nella mente e una stretta al cuore lo fece lasciare senza fiato. Clarissa avrebbe dovuto saperlo? Torturato da una nuova agitazione non sentì più la voce della contessa, divenuta lamentosa e irritante, e dopo qualche secondo si congedò da lei dicendole:
«Cercherò di far cambiare idea a vostro nipote contessa ma non vi prometto nulla»
e, senza ascoltare i lamenti sgraziati della donna, che dovevano essere dei ringraziamenti alla sua persona, Sewer uscì dal castello immerso nei propri pensieri. 

***

Seduto sulla sua poltrona, Michael Sewer vagava ora con lo sguardo cercando di riflettere. La sua biblioteca era enorme e gli scaffali, pieni di libri di svariati generi, occupavano ben tre pareti del salone. Quel luogo era l’unico posto in cui il giovane riusciva a meditare in completa solitudine. Bresbee sembrava sparito dalla circolazione senza lasciare alcuna traccia e Sewer trasse le sue conclusioni giudicando l’amico come un vigliacco incapace di dire addio di persona ai propri parenti e amici. 
Osservando i titoli dei libri di uno scaffale a lui vicino si chiese che cosa dovesse fare con Clarissa. L’arruolamento di Arthur gli sembrò una bravata e con stizza si avvide di esserne ancora geloso. La giovane miss Wellings sarebbe tornata dalle sue vacanze in Irlanda e la notizia l’avrebbe raggiunta come uno schiaffo improvviso e inaspettato. Sewer non era responsabile delle scelte dell’amico tuttavia poteva mitigare la sofferenza che la sua partenza avrebbe provocato in Clarissa. L’avrebbe avvisata e, anche se controvoglia, avrebbe consolato la giovane. 
Sospirando profondamente Sewer si alzò e cominciò a sfogliare macchinalmente qualche libro cercando di distogliere la sua mente dall’immagine di Arthur in compagnia della sua amata. Esasperato ricacciò quei ricordi scagliando lontano un libro che finì in un angolo buio della stanza. Il giovane, arrabbiato più con se stesso che non per l’improvvisa dipartita del rivale, decise su due piedi che sarebbe andato di persona da Clarissa per comunicarle la notizia. In questo modo avrebbe verificato di persona lo stato d’animo della giovane alla sua notizia senza contare che ora aveva una scusa per farle visita dopo almeno due mesi di lontananza. 
Il viaggio fu una tortura per Sewer immerso in vaghi pensieri sul cosa dirle e su come comportarsi una volta arrivato da lei. Non immaginando che Clarissa vivesse una propria vita al di fuori dell’Inghilterra, il giovane era convinto di trovarla dagli O’Sallivan, dei proprietari terrieri che conosceva solo di nome, in attesa di una sua inaspettata visita. Quando si avvide che in casa c’era solo la servitù se ne dispiacque infinitamente e, accompagnato da una cameriera alquanto intimidita, si ritrovò nel salotto degli O’Sallivan solo e arrabbiato con se stesso. Passò almeno un’ora, da quando era lì, prima che la comitiva tornasse dalla gita alle scogliere e, in quel lasso di tempo, Sewer cercò di calmarsi e di ragionare sul da farsi. Ormai aveva imparato a memoria un discorso che doveva essere conciso ed esauriente, perfetto in quelle circostanze.
Rivedere Clarissa fu però una gioia inaspettata e il discorso formulato nella sua testa si confuse fin quasi a scomparire. Inoltre si avvide essere osservato non solo dalla giovane ma anche dagli O’Sallivan e dai genitori di lei oltre che da uno sconosciuto.
Facendosi avanti disse la frase "Buongiorno signor O’Sallivan. Mi dispiace disturbarvi senza preavviso ma ho una notizia importante da riferire a miss Clarissa", che doveva essere l’inizio del discorso da lui tanto immaginato, con relativa fermezza ma la gioia di essere lì lo bloccò nel seguito. Solo la curiosità di Mrs Wellings riuscì a frenare Sewer nell’esternare a Clarissa la gioia che provava nel rivederla. La donna infatti gli disse:
«Oh signor Sewer, deve essere davvero una notizia importante se siete venuto di persona! Che caro ragazzo…» disse poi quasi tra sé. Clarissa guardò sua madre ancora più imbarazzata ma riuscì a sembrare calma tanto che prese in mano la situazione dicendo al gruppo:
«Vogliate scusarci…» e, prendendo sotto braccio Sewer che la guardava stranito gli disse sorridendo: «Se volete possiamo fare una passeggiata nella tenuta» e con un sorriso distratto verso i suoi genitori uscì in giardino con il giovane che la seguiva silenzioso. 
Mrs Wellings, gongolando, osservò dalla finestra i due giovani ma poi cercò di distrarsi perché, in fondo, erano questioni tra innamorati, e così cominciò a chiacchierare con gli O’Sallivan, rimasti in disparte fino ad allora a osservare la scena. Il discorso sulle scogliere fu apprezzato da tutti meno che da O’Connor che si sentì, per la prima volta da quando aveva conosciuto Clarissa e i suoi genitori, fuori posto. Non volendo rimanere un minuto di più in quel salotto, divenuto per lui soffocante, con una scusa si congedò dal gruppo e, una volta in strada, prese a respirare normalmente. La venuta di quel nobile sconosciuto lo rese irritabile e, tornato alle sue occupazioni, si sfogò per il resto della giornata sui poveri pastori imprecando contro di loro per ogni non nulla. 
Nel frattempo Clarissa, guadagnata la via del giardino, si sentì finalmente a suo agio e in grado di osservare di sottecchi Sewer che la seguiva docilmente a qualche passo di distanza. Il giovane, confuso, cercava dentro di sé il modo più semplice per dirle la cattiva notizia ma non vi riusciva. Non sapeva come iniziare il discorso interrotto poc’anzi e subito cancellato dalla sua mente. Clarissa gli sembrò per un attimo un miraggio e, senza accorgersene, istintivamente la fermò per un braccio. Voleva essere certo che non fosse una sua illusione ma così facendo lo sguardo di lei lo colpì in pieno. Stupita Clarissa lo guardò ma lui subito si ritrasse e, come per scusarsi, le disse:
«Non avrei voluto darvi questa notizia miss ma devo…» e, tirando un sospiro, continuò tutto d’un fiato: 
«Il signor Bresbee si è arruolato con i francesi. È partito per Londra tre giorni fa e probabilmente ora è già al fronte…». 
Sewer, col cuore in gola, attese la risposta della giovane che però non arrivò. Clarissa, caduta dalle nuvole, non sapeva che cosa rispondere convinta com’era che il giovane fosse venuto per confidarle il suo amore. Non aveva previsto che il signor Bresbee uscisse dalla sua vita in questo modo, senza nemmeno un addio scritto in bella grafia in una lettera a lei indirizzata. L’incredulità si dipinse nel suo viso e lo guardò poco dopo sconcertata. Alla fine gli disse:
«Se ne è andato senza dire niente… ma che cosa gli è preso? »
Sewer, felice da quella risposta, le rispose fingendosi preoccupato più del dovuto:
«Non è un soldato…Spero solo che i suoi amici francesi lo proteggano»
«Perché non lo avete fermato?» fu la reazione subitanea di Clarissa e Sewer ne fu investito come una doccia fredda. Il giovane non replicò lasciandola correre verso casa.
La notizia dell’arruolamento del giovane Bresbee lasciò basiti il resto del gruppo e subito Mrs Wellings decise di tornare il giorno a presso in Inghilterra. Fingendo di consolarla avrebbe estorto i fatti dalla sua amica, la contessa di Cruny. Nessuno obiettò la sua decisione ma suo marito si preoccupò per i propri affari, infatti non erano ancora del tutto concluse le trattative con i vari fattori degli O’Sallivan. L’irlandese non se ne preoccupò e gli disse che, se voleva, avrebbe mandato in sue veci O’Connor di cui si fidava. Mr Wellings ne fu lusingato e così la comitiva fu pronta per tornare a casa. O’Connor colse al volo quell’opportunità che lo avrebbe di certo innalzato agli occhi di Mr Wellings e, perché no, anche a quelli di sua figlia.

Sesta parte 

lunedì 29 giugno 2015

giovedì 18 giugno 2015

Clarissa - Quarta parte


La famiglia Wellings arrivò a destinazione, e più precisamente in un piccolo villaggio irlandese immerso in una campagna lussureggiante, verso sera durante un tremendo temporale. Non è difficile immaginarsi con quale stato d’animo la famigliola suonò alla porta di un certo O’Sallivan, il proprietario terriero della maggior parte della campagna confinante col villaggio.
Il signor O’Sallivan, che si aspettava l’arrivo dei Wellings per il giorno seguente, fu piacevolmente sorpreso nel trovarsi di fronte, una volta aperta la porta, il trio fradicio e stanco. Senza troppe cerimonie il signorotto li accompagnò nelle loro stanze ringraziandoli della loro visita e dopo qualche momento la domestica servì loro la cena con modesta cortesia.
Clarissa, stanca dal viaggio, quasi non toccò cibo mentre al contrario i suoi genitori fecero incetta di ogni lecornia che la domestica aveva portato. La giovane, osservandoli mangiare, sorrise tra sé ma subito cominciò a osservare dalla finestra lo spettacolo della natura, in quell’ora serale flagellato dal vento e dall’acqua. La giovane ben presto si immerse nei suoi pensieri e il ricordo della festicciola di Arthur Bresbee la fece arrabbiare. Il suo sguardo ora si posò su di un albero le cui fronde si piegavano a tratti a causa del vento e, per qualche strano gioco mentale, Clarissa si raffigurò quella pianta come se fosse una persona che le si inchinasse per chiedere perdono. La giovane, irritata da quell’immagine, distolse lo sguardo e con amarezza pensò ad Arthur e alle ultime parole che le aveva detto quel giorno. Le aveva proposto di fare una gita con lui e i suoi amici e questo era apprezzabile tuttavia, ciò che fece irritare la giovane fu il modo con cui Bresbee la invitò: come se fosse un rimedio al torto che le aveva fatto qualche minuto prima. Una specie di "perdono" tramutato in un invito e così Clarissa, supponendo che fosse questa la motivazione, e non il sincero piacere di Arthur di stare in sua compagnia, inventò la scusa del viaggio in Irlanda.
I ricordi d’un tratto le si affollarono nella mente e l’immagine di Arthur si sovrappose inaspettatamente a quella del signor Sewer. Quel Michael Sewer che l’aveva invitata a passeggio senza apparente motivo e che alla festicciola si era dimostrato brusco e freddo soprattutto nei confronti di Arthur. Clarissa non sapeva spiegarsi il motivo ma il suo risentimento nei confronti del nobile Arthur venne spazzato via quando la sua mente cercò di riordinare le idee riguardo a Sewer. I sentimenti di un tempo riemersero pian piano ma la giovane, confusa più che mai, cercò di tornare al presente e, scacciando tutti quei pensieri, cominciò a sistemare le sue cose nella propria stanza e a cambiarsi per la notte. Accorgendosi poi che i genitori si erano già addormentati da parecchio sospirò tristemente e, finalmente sotto le coperte, chiuse gli occhi cercando di non pensare a nulla sebbene fosse impossibile a causa del suo cuore in tumulto.

La mattina seguente fu una piacevole sorpresa per la giovane. Il podere del signor O’Sallivan era immerso in un paesaggio da fiaba. La casa del signorotto in realtà era una dependance di un antico castello costituito oramai da un alto torrione quasi totalmente invaso dalle piante. Il rudere era tuttavia imponente e Clarissa quella mattina si fermò a osservarlo a lungo. In Inghilterra non esistevano tipologie di castelli come quello infatti era costituito da un’unica grande torre che, nel suo antico splendore, doveva essere formata da diversi piani uniti tra loro da un'unica scala che ancora si poteva notare sotto la fitta vegetazione. O’Sallivan aveva ereditato quel rudere, e il caseggiato attiguo, dalla propria famiglia e, insieme ad esso, una distesa di campi e appezzamenti semi abbandonati. Ovviamente quel signorotto era comparabile a un piccolo nobile rispetto ai ricchi inglesi ma in quel luogo O’Sallivan era rispettato e temuto come un vero Lord.
Mr Wellings, commerciante con grande esperienza, aveva individuato in quel signore la propria possibilità di riscatto. Prendendo accordi con quel uomo avrebbe di certo accresciuto i propri guadagni e con essi il proprio prestigio in patria. Clarissa, totalmente ignara dei piani di rivalsa sociale del padre, si apprestava ora a "esplorare" quel territorio dove il verde brillante la faceva da padrone. Camminando lungo un vialetto affiancato da entrambi i lati da un basso muricciolo si sentì tranquilla e spensierata. La tempesta del giorno prima aveva lasciato sull’erba e sulle piante un velo di rugiada che al sole brillava come tanti diamanti inoltre l’aria era piacevolmente fresca e la giovane si sentì rinascere. I pensieri della sera precedente erano spariti lasciando spazio solo alla meraviglia di quel luogo. Al di là dei muriccioli si potevano notare i campi dove stavano pascolando greggi di pecore di varie razze. Il territorio leggermente collinoso era così puntellato qua e là da chiazze di colore uniforme, segno della presenza di qualche gregge. L’unico fatto che a Clarissa provocò non poche lamentele fu la condizione del vialetto: un’immensa sequenza di pozze d’acqua. La giovane non si soffermò a pensare che forse quel vialetto, ridotto in un susseguirsi di pozzanghere e fango a causa della pioggia, era utilizzato dai carri e non di certo dai paesani che non avevano motivo di indugiare per quei campi in periferia.
Clarissa, scocciata da quel contrattempo e indecisa se proseguire o meno, notò qualche passo più in là, un cancello che si apriva su di un campo in apparenza privo di fango. Con qualche difficoltà arrivò al cancello aperto e, felice di constatare che i suoi stivaletti e l’orlo della sua gonna erano indenni dal fango che la circondava, avanzò nell’erba. Camminando in mezzo al campo si soffermò a osservare il paesaggio che si apriva ai suoi occhi. Notò in lontananza dei contadini intenti a zappare la terra e, in un altro appezzamento, dei carri con sopra delle bestie. Incuriosita la giovane si avvicinò ai pastori e agli animali che a prima vista sembravano pecore ma la loro stazza e le vistose corna erano tipiche dei montoni. A Clarissa, che ovviamente non si intendeva di ovini, sembrarono solo delle pecore strane e grosse quindi, senza paura, avanzò ingenuamente verso di loro. Il muricciolo che delimitava i campi ora era molto più basso rispetto a quello del vialetto e fu facile scavalcarlo. Gli uomini, intanto, non si erano accorti di lei immersi come erano nelle loro faccende ma gli animali invece sì. La presenza della ragazza fu subito notata dai montoni che la osservarono dapprima con curiosità.
Qualche montone le si avvicinò pian piano con titubanza e Clarissa, contenta nel vedere quelle bestie così docili, cercò di accarezzarle ma, evidentemente, il suo gesto fu interpretato come una minaccia e un maschio le si piantò di fronte abbassando il muso in segno di difesa. Le sue corna ricurve erano grandi e sarebbe bastato un colpo bene assestato per far del male a una persona. La giovane, avvertendo solo allora il pericolo, gridò di paura e i pastori si girarono a osservarla. Uno di loro le disse in irlandese di stare calma e di non muoversi ma Clarissa non lo intese e indietreggiò pian piano. Nel frattempo altri montoni le si erano avvicinati con fare minaccioso. I pastori, allarmati, scesero dai carri e cercarono di allontanare i montoni tuttavia le bestie erano molte e la loro stazza rendeva difficile acciuffarle con le sole mani. Clarissa, in preda al panico, non sapeva che cosa fare e le urla di quegli uomini non la facilitavano. D’un tratto un cavaliere, probabilmente il capo di quegli uomini, si intromise col suo cavallo tra la giovane e i montoni e con la frusta disperse il gregge che, con l’aiuto dei cani, fu raggruppato verso l’altra estremità del campo. Clarissa, quasi svenuta, si accasciò a terra e si sentì mancare l’aria. Di fronte a lei il cavaliere la stata osservando senza dire una parola. Evidentemente aveva intuito chi fosse perché, dopo qualche secondo le disse:
«Non vi hanno mai detto di non girovagare per i campi? Eppure venite da un posto civilizzato!»
E dicendo questo chiamò a gran voce un uomo intento al gregge e gli disse in modo spiccio di accompagnare la ragazza a casa sua. Il pastore, un uomo robusto e con una barba incolta, gli rispose di non sapere chi fosse la giovane e dove abitasse. Il cavaliere, sceso allora da cavallo, squadrò Clarissa che era rimasta imbambolata a osservarlo, e le chiese infastidito:
«Siete ospite del signor O’Sallivan vero? » e, senza aspettare risposta, l’aiutò a tirarsi su e la guardò fisso negli occhi. Clarissa, notando i suoi modi bruschi e come la osservava, si imbarazzò molto e abbassò lo sguardo per nascondere le lacrime che cominciavano già a scenderle dalle guance rosse di vergogna. L’uomo, notato ciò, sospirò dicendole di non piangere e, come se fosse una piuma, la fece salire sul cavallo e, salito lui stesso, disse al pastore, che lo stava fissando immobile, di avvertire il resto degli uomini perché avrebbe riportato indietro la giovane.
Incitato il cavallo partirono al trotto e in poco tempo arrivarono al casolare del signor O’Sallivan. L’uomo fece scendere Clarissa senza troppe cerimonie e, senza dirle una parola, bussò alla porta. L’incidente fu subito accolto da esclamazioni di sorpresa da parte sia degli O’Sallivan che da parte dei genitori di Clarissa convinti che fosse rimasta nella sua stanza per tutto quel tempo. La giovane, che avrebbe voluto ringraziare il cavaliere sconosciuto, non ebbe modo di affrontare quel discorso perché l’uomo, salutati i presenti e accettati i ringraziamenti e le scuse da parte dei Wellings, se ne tornò al trotto da dove era venuto senza dire una sola parola in più.
Rimasti soli con Clarissa i genitori vollero farle un bel discorsetto sul suo modo di fare perché in fondo non erano in Inghilterra ma in un paese diverso e quindi doveva seguire le loro regole. La giovane ascoltò senza replicare ma quando sua madre le disse che avrebbe dovuto ringraziare personalmente il suo salvatore Clarissa divenne rossa e piena di imbarazzo le disse:
«No! Lo avete già ringraziato e poi, non avete visto come si è comportato? Non avrebbe senso andare di nuovo da lui per ringraziarlo nuovamente»
«Clarissa! Ma non ti ho forse insegnato le buone maniere?! Andrai a scusarti per il disturbo che hai provocato e lo ringrazierai per il suo aiuto. Se non fosse stato per lui chissà che cosa ti sarebbe successo! »
Mrs Wellings non riuscì a continuare tanto la commozione le rese incerta la voce e così suo padre finì il discorso per lei:
«Tua madre ha ragione. Oggi stesso, quando ti sarai calmata, farai una visitina a questo gentile signore e lo ringrazierai. Gli porterai qualche dolcetto, non so, perché le signorine da bene si comportano così»
Clarissa li guardò stupefatta: e il suo orgoglio dove lo metteva? Dentro di sé si disse che mai e poi mai avrebbe ringraziato un uomo così brusco e maleducato: insomma l’aveva trattata come un sacco di patate. No! Arthur e nemmeno Sewer l’avrebbero mai trattata in quel modo.
Ma tantè dopo pranzo la giovane fu accompagnata dal signor O’Sallivan a fare una visita al suo salvatore. La casupola era piccola e circondata da un giardino incolto. Quel luogo mise in agitazione la giovane ma il signor O’Sallivan le sorrise e, accompagnandola alla porta, le disse:
«Il signor O’Connor può sembrare antipatico a prima vista ma in fondo è un buon giovane»
Clarissa, soffermandosi sulla parola giovane, si confuse ancora di più ma non ebbe il tempo di chiedere altre spiegazioni perché la porta si aprì in quel momento.
Il signor O’Connor li squadrò con freddezza ma fu solo un attimo perché subito si rivolse a Clarissa chiedendole:
«State meglio? »
«Sì signore…» gli rispose senza guardarlo negli occhi.
Il signor O’Connor li lasciò entrare in casa dicendo, forse a se stesso:
«Non badate al disordine…» e poi, ricordatosi che c’era anche O’Sallivan, disse a quest’ultimo:
«Il viaggio è stato complicato ma le bestie sono tutte e in buona salute»
«Perfetto signor O’Connor. Siete una garanzia per queste questioni»
Il giovane sorrise un po’ imbarazzato e Clarissa, per la prima volta da quando lo aveva incontrato, si stupì nell’osservare i suoi occhi azzurri. Gli occhi di quello sconosciuto erano così simili a quelli di Arthur eppure erano tremendamente diversi. Lo sguardo di Arthur era solare ed esprimeva la gioia di vivere mentre lo sguardo del signor O’Connor era freddo e indagatore tuttavia, raramente, i suoi occhi brillavano di gioia. Fu proprio allora che Clarissa notò quel repentino mutamento di spirito ma fu solo un attimo perché ora l’uomo la stava osservando serio. La giovane, confusa, gli porse il pacchetto con i dolcetti e lo ringraziò di cuore ma senza guardarlo.
O’Connor accettò il pacchetto e, in tono schietto, le disse:
«Il vostro posto non è nei campi quindi vi consiglio di non disturbarci più con le vostre passeggiate… o forse non avete di meglio da fare? »
Clarissa lo guardò rossa di vergogna ma subito il signor O’Sallivan replicò scherzosamente:
«Avanti James non siate così brutale con la giovane miss. È appena arrivata dall’Inghilterra, si deve ancora abituare ai nostri ritmi»
«Allora è meglio per voi se vi abituate rapidamente miss» le disse guardandola fisso negli occhi. Clarissa, cercando di stare calma e di trattenere le lacrime, gli rispose con voce tremante d’ira:
«State certo che non vi infastidirò mai più».
A quelle parole il signor O’Connor sorrise tra sé e, rivolgendosi ora al suo amico, disse:
«Avrei altri impegni ora quindi, se permettete, dovrei andare».
Il signor O’Sallivan subito lo salutò e accompagnò Clarissa al calesse. La giovane ora non riusciva più a distogliere il suo sguardo dal viso di O’Connor tanto il suo cuore era pieno di risentimento. Il giovane invece la osservò andarsene con curiosità e con una punta di tristezza. Solo allora cominciò a riflettere su come aveva trattato quella giovane ma, distogliendo lo sguardo, si disse che non era il caso di fingere gentilezza quando in realtà non gli premeva affatto quella ragazzina. Tuttavia, inaspettatamente, il ricordo della giovane lo accompagnò per tutto il giorno e con disappunto si avvide, verso sera, che forse si era comportato in modo un po’ troppo brusco con lei: in fondo era una donna e non un suo pastore. Finalmente, prima di prendere sonno, decise che si sarebbe scusato per i suoi modi poco gentili ma subito il suo orgoglio ne risentì e così passò la notte insonne. 

I giorni seguenti passarono molto lentamente per Clarissa abituata come era alla sua vita in Inghilterra. Ogni giorno infatti la sua famiglia riceveva la visita di qualche parente o di qualche caro amico, inoltre non poter passeggiare da sola per i campi e il fatto di stare chiusa in casa rese le sue giornate alquanto monotone e tediose.
L’unica novità fu una serata danzante che quel sabato si sarebbe svolta all’interno della sala comunale del villaggio. I Wellings furono ovviamente invitati come ospiti d’onore in quanto stranieri e amici del signor O’Sallivan. Clarissa fu felice di poter indossare una volta tanto un vestito da sera che si era portata da casa e così alla festa la famigliola si presentò tutta in ghingheri. Quando entrarono con un certo fare regale i paesani li guardarono esterrefatti. In verità era presente l’intero villaggio e quella gente, contadini e pastori, non avevano mai visto tanta eleganza e presto tutti vollero salutarli e si creò in poco tempo attorno al trio una piccola folla. Clarissa, stupita da tanto clamore, si guardò attorno e notò con delusione che i paesani non vestivano abiti eleganti, perché in fondo non ne avevano, e che la sala sembrava più un’enorme stanzone poco adorno e illuminato e non certo una sala da ballo a cui era da sempre abituata.
Mrs Wellings, con disappunto, rimarcò gli stessi pensieri della figlia quando le disse all’orecchio:
«Ma dove siamo capitate? E che razza di festa è? »
Ma mr Wellings le disse in tono fermo:
«Siamo ospiti di questa gente quindi non lamentarti ma saluta con educazione. Anche tu Clarissa! »
notando che la giovane non manifestava alcuna emozione. Ben presto il signor O’Sallivan, a braccetto con sua moglie, li accompagnò al loro tavolo e si mise a conversare amichevolmente con i suoi genitori mentre Clarissa, rimasta in disparte, osservava tutto con muto stupore.
Ad un tratto, in un angolo del salone, alcuni uomini cominciarono a suonare violini, tamburelli e fisarmonica e la gente si mise a ballare in coppia al centro della stanza. La musica era allegra e molti di quelli che erano rimasti seduti nei pochi tavoli addossati alle pareti, iniziarono a chiacchierare rumorosamente e a bere della birra. Clarissa, sconvolta da tutto quel caos vivace, non sapeva che fare ma quando si avvide che un uomo le chiedeva gentilmente se voleva ballare rifiutò con fermezza. Quei balli non li conosceva e non voleva certo fare una brutta figura quindi tentò in ogni modo di rifiutare i ripetuti inviti che le venivano offerti da parecchi signori. Quando suo padre si avvide del comportamento poco socievole della figlia si adirò non poco e con stizza la obbligò a ballare. E così Clarissa venne catapultata nella baraonda generale e si ritrovò a danzare in modo alquanto strano, ai suoi occhi, con gente totalmente sconosciuta ma decisamente allegra e cordiale.
L’atmosfera festosa contagiò pian piano Clarissa che dopo qualche ballo cominciò a lasciarsi andare e i passi le divennero in poco tempo familiari. Accorgendosi poi che anche sua madre era divenuta allegra, forse grazie a un boccale di birra bevuto per curiosità, la giovane si sentì felice e rise di gusto quando anche mrs Wellings fu invitata a ballare dal signor O’Sallivan.
La festa non poteva andare meglio ma Clarissa, notando la presenza del signor O’Connor in un angolo che la fissava serio, si confuse e tutta la magia della serata svanì. Tutto le tornò tedioso e la infastidì così decise di uscire dalla sala per prendere una boccata d’aria.
Il corridoio, in penombra rispetto alla sala illuminata a giorno, era in quel momento vuoto. La giovane si appoggiò al davanzale di una finestra e, pensierosa, cominciò a osservare il paesaggio irlandese che si stagliava, nella debole luce lunare, davanti a sé. Sospirando cercò di tornare serena come prima ma il pensiero che quel O’Connor l’avesse vista la fece fremere di rabbia. Chiuse gli occhi cercando di scacciare l’immagine di quell’uomo ma la sua voce d’un tratto la fece girare di scatto.
«Vi state divertendo miss? »
«Sì signore» gli rispose in tono asciutto.
O’Connor le si fece accanto e, guardando fuori, le disse:
«Stasera è una bella serata e voi ballate davvero bene».
Il giovane, che cercava di essere cortese, tentò di sorriderle ma il suo orgoglio soffocò la sua gentilezza e così, dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante, sbottò:
«Siete fin troppo elegante per questi qui» indicando la porta del salone da dove provenivano le musiche e gli schiamazzi gioiosi. Clarissa lo guardò in malo modo ma il giovane non notò il suo sguardo e continuò:
«Noi siamo gente semplice e di buon cuore e, come vedete, ci divertiamo con poco. Non c’era bisogno di pavoneggiarsi come avete fatto. Tutti qui sappiamo che siete degli inglesi ricchi, non serviva questa messa in scena…».
La giovane, ormai furiosa, lo apostrofò dicendogli:
«Ma che cosa volete? Non vi ho forse ringraziato per il vostro aiuto? Lasciatemi quindi in pace! » e così dicendo si mosse per tornare nella sala ma O’Connor la fermò per un braccio. Con il cuore in gola Clarissa lo guardò negli occhi senza dire nulla. I due giovani si fissarono a lungo senza dire una parola e la giovane notò qualcosa di nuovo nello sguardo di lui. Dopo qualche minuto O’Connor la lasciò andare e le sorrise dicendo:
«Sapete, il vostro viso non mi ha fatto chiudere occhio stanotte»
«E con ciò? Ne ho forse colpa? » gli rispose confondendosi alquanto.
O’Connor la osservò senza rispondere e poi, come se si fosse ricordato solo allora di un impegno, se ne andò verso l’uscita lasciando Clarissa stupefatta.
La serata per Clarissa fu da allora un tormento. Il viso di O’Connor continuava ad affacciarsi nella memoria e le sue parole la confusero. Tornata a sedersi al suo posto non si mosse più e fu come se un’altra ragazza avesse preso il posto di Clarissa da quanto il suo umore era cambiato. I suoi genitori, accortosi di ciò, decisero che era il momento di andarsene e così, insieme agli O’Sallivan, tornarono tutti al casale chiacchierando allegramente. Tutti tranne la giovane Clarissa che, chiusa in un silenzio ostinato, non proferì parola.

***

James O’Connor era un giovane schivo e dai modi schietti. Era figlio del fattore di fiducia del signor O’Sallivan. Divenuto orfano fin da piccolo fu cresciuto dagli O’Sallivan che lo trattarono sempre come un figlio. I figli naturali del signorotto emigrarono in America in cerca di fortuna e così James divenne il pupillo del proprietario terriero. Questo non facilitò la vita del giovane perché divenne il fattore dei possedimenti degli O’Sallivan e questo comportò molte responsabilità.
A differenza del coetaneo Arthur Bresbee, James O’Connor era quindi un uomo fattosi da sé ed estremamente pratico. I suoi modi esprimevano in pieno il suo carattere fiero e orgoglioso, lontano dalle logiche della "cortese gentilezza" tanto di moda allora nei salotti di nobili e borghesi europei.
O’Connor era così simile a Michael Sewer e non al poeta e sognatore Arthur Bresbee. Tuttavia Sewer era estremamente timido e, vissuto nel bel mondo londinese, era cresciuto seguendo fedelmente le regole non scritte dell’etichetta nobiliare. Era un perfetto gentleman, cosa che aveva affascinato Clarissa fin dal loro primo incontro.
Paragonare i tre giovani fu una tortura mentale a cui Clarissa si dedicò quasi in modo involontario da quella sera in avanti. I giorni infatti passarono monotoni come sempre in quel luogo straniero ma le visite di O’Connor divennero sempre più numerose. Infatti il giovane, essendo il fattore, doveva sempre consultarsi col padrone ovvero con O’Sallivan e così Clarissa ebbe modo di osservarlo a fondo. Ogni suo gesto e ogni parola vennero analizzati dalla giovane che catalogava in un taccuino gli aspetti positivi e negativi del giovane. Alla fine per lei O’Connor divenne un passatempo e le sue visite divennero routine.
L’estate arrivò anche in Irlanda e le giornate cominciarono a essere gradevoli. Il sole non tormentava con il suo calore afoso e il venticello che spirava sempre da ovest era fresco. Gli O’Sallivan decisero allora di fare una gita sulla costa e invitarono i Wellings. Clarissa, felice di poter vedere l’oceano per la prima volta, aspettò con ansia il giorno della partenza. Si stupì però nel sapere che O’Connor avrebbe fatto parte della combriccola. Lei non lo voleva accanto a sé.
Arrivato il giorno della gita, con trepidazione tutti salirono in carrozza: il tragitto non sarebbe durato che poche ore. Clarissa, salita con i suoi genitori si avvide che il posto designato per O’Connor fu proprio quello di fronte a lei. Scocciata nel dover stare di fronte al ragazzo si chiuse in un silenzio risentito e questo provocò un certo piacere al giovane che non aveva per nulla voglia di chiacchierare.
In quel luogo la costa rocciosa creava dei pendii vertiginosi a strapiombo sull’oceano sottostante che si infrangeva con moto continuo e cadenzato sugli scogli. Il vento spirava dall’orizzonte ignoto, che sembrava una tenua linea azzurrina che a mala pena si scostava dal colore uniforme del cielo, che in quel giorno era sgombro da nubi.
L’immensità dello specchio d’acqua lasciò senza parole Clarissa e O’Connor, osservandola, le disse d’un tratto in un sussurro:
«Ecco ora sapete che cosa provo quando vi vedo…»
La giovane si girò a fissarlo incredula ma non gli rispose. Lo sguardo del giovane era di nuovo cambiato: ora era felice. Confusa Clarissa tornò a guardare l’oceano ma una strana inquietudine l’assalì. In fondo per tutte quelle settimane lo aveva detestato e si era convinta che quel sentimento fosse da lui ricambiato tuttavia quella frase fece crollare le sue convinzioni come un castello di carte sotto a una potente folata di vento. Giratosi lo osservò di nuovo e gli disse dopo qualche secondo:
«Ma voi non mi sopportate!»
«Quello che non sopporto è il fatto che siete sempre nei miei pensieri, non voi» e la guardò sorridendo. I suoi occhi chiari brillavano ora più che mai. Ancora più confusa Clarissa replicò quasi infastidita:
«Vi state prendendo gioco di me»
La reazione di O’Connor la sorprese alquanto: alle sue parole scoppiò a ridere di gusto e, soffocando le risa, le rispose:
«Un giorno mi capirete vedrete»
«Sciocchezze!» fu la risposta repentina di lei e, con fare sbrigativo, si avviò verso i genitori che stavano chiacchierando insieme agli O’Sallivan.
Clarissa, per il resto della gita, cercò così di non badare a O’Connor e di ascoltare con attenzione le chiacchiere del resto del gruppo. Come sempre mrs Wellings si mise al centro dell’attenzione generale introducendo interessanti argomenti di conversazione come la nascita geologica di quelle scogliere o le varie leggende che legavano quel luogo a un sito di culto degli antichi celti.
Il signor O’Sallivan fu sorpreso nel riconoscere nella sua ospite tanto amore per la conoscenza e, come se il resto del gruppo non esistesse, i due cominciarono a divagare in quegli argomenti che evidentemente interessavano solo a loro due.
Dopo aver consumato il pranzo al sacco la comitiva decise poi di tornare al villaggio ma quando furono di fronte al casolare degli O’Sallivan, la domestica corse loro incontro dicendo trafelata che era arrivato da poco un signore dall’Inghilterra. Tutti si stupirono a quella notizia dato che gli O’Sallivan non aspettavano altri ospiti. Così, quando entrarono in salotto, la visione del signor Sewer ammutolì i presenti.
Il giovane era conosciuto dal signor O’Sallivan in quanto la tenuta del giovane era nella stessa contea del villaggio tuttavia non era frequente la sua visita e soprattutto non direttamente a casa del signorotto che, difatti, rimase basito quando il giovane, leggermente imbarazzato gli disse porgendogli la mano in segno di saluto:
«Buongiorno signor O’Sallivan. Mi dispiace disturbarvi senza preavviso ma ho una notizia importante da riferire a miss Clarissa» e così dicendo si avvicinò alla giovane che, rossa d’imbarazzo, non sapeva che cosa fare.
Un pensiero balenò in quel momento nella mente di tutta la famiglia Wellings: Sewer voleva dichiararsi a lei e i genitori, muti e speranzosi, lo guardarono benignamente mentre O’Connor, rimasto in disparte, lo osservò pensieroso.
Davvero era giunto fin lì per dichiararsi o c’era un altro urgente motivo? 


Quinta parte 

domenica 14 giugno 2015

Illustrazioni

A differenza dell'ebook, all'interno del mio romanzo Shien in brossura (ovvero in cartaceo) sono presenti alcune illustrazioni in bianco e nero fatte da me.

Qui se ne possono vedere alcune a colori.

giovedì 11 giugno 2015

Clarissa - Terza parte


Mrs Wellings era solita recarsi il sabato mattino al negozio di dolciumi di mrs Johnson che si trovava lungo la strada principale del paesino. I pasticcini di mrs Johnson erano apprezzati da tutti fuorché dalla contessa di Cruny, che li detestava più per motivi di orgoglio che di gusti.
Mrs Wellings, nonostante la sua non più giovane età, era ammirata per il suo portamento e, quando entrò nel negozio col suo incedere elegante, fece bella mostra del suo vestito a righe color lavanda.
Le donnine sedute ai tavolini si girarono a osservarla curiose e subito mrs Johnson le si fece accanto chiedendole con cortesia quali dolciumi volesse ordinare allora.
La donna le indicò qualche pastina e, mentre la padrona del negozio armeggiava con i dolciumi, mrs Wellings lasciò vagare lo sguardo per lo stanzone e si accorse con suo disappunto che mrs Stevenson la stava salutando da un tavolino non lontano.
Le due donne ufficialmente erano grandi amiche ma la segreta invidia di mrs Wellings per il rango nobilare dell’altra, le causava sempre una forte emicrania. Capitò anche allora e con un discreto sorriso accennò un cenno di saluto. L’eimicrania cominciava a farla soffrire e, quasi spazientita, prese con sveltezza il pacchetto che le porgeva mrs Johnson dimenticandosi per un attimo delle buone maniere. La negoziante la guardò stupita domandandosi come mai avesse così tanta fretta ma, accortosi che la stava pagando, scacciò quella impressione dicendole sorridendo:
«Grazie Mrs Wellings e buona giornata».
Mrs Wellings borbottò anch’ella la sua frase cortese di circostanza e guadagnò subito l’uscita. Ripreso fiato cominciò a camminare in direzione della chiesa del paese, di lì avrebbe proseguito lungo il viale alberato. Intenta a osservare le vetrine dei negozi lungo la via presto si fermò e, assorta nella contemplazione di uno scialle color crema di ottima fattura, non si avvide dell’avvicinarsi di una donna alle sue spalle.
La vocina timida della donna la fece girare di scatto e subito fu inondata da quel malessere che le era tanto familiare. Mrs Stevenson, così minuta e fagottata nel suo scialle marroncino, sembrava una popolana in confronto all’eleganza di mrs Wellings. Tuttavia il vestiaro della nobildonna non doveva trarre in inganno perché mrs Stevenson aveva ben altre qualità che la sua invidiosa amica non tollerava. Ad esempio mrs Stevenson era dotata di una pazienza e di una bontà fuori dal comune e il fatto di avere due figlie, Susan e Beth, già perfettamente a loro agio in società, cosa che non si poteva dire di Clarissa, era un punto a suo favore. Oltre a ciò quello che mrs Wellings non sopportava di più era anche, e soprattutto, il fare fin troppo cerimonioso dell’altra. Mrs Stevenson era così agli occhi della borghese mrs Wellings fin troppo cortese, fin troppo gentile e fin troppo educata. Dove volesse andare a parare con le sue smancerie la donna non sapeva spiegarselo e quindi, con aria interrogativa, aspettò che l’amica cominciasse il suo monologo che, dopo qualche secondo, non tardò ad arrivare:
«Buongiorno Mrs Wellings! Sono davvero contenta di vedervi.Vi ho visto da Mrs Johnson qualche minuto fa e mi siete sembrata un po’ di fretta. Sono lieta quindi di potervi rivedere e discorrere con voi con più calma. D’altronde al negozio c’erano molte persone e sarebbe stato disdicevole invitarvi davanti a tutti perché so bene che siete una persona riservata e la troppa attenzione vi stordisce. Indossate tuttavia un meraviglioso vestito Mrs Wellings e di certo le attenzioni dei passanti devono essere tutte per voi. Ammiro il vostro buon gusto, in verità vorrei un giorno invitarvi a fare compere in mia compagnia sempre se non vi disturba. Il mio gusto in fatto di vestiario non è proprio buono come vedete anche se molto comodo».
Tutto quel discorso, fatto senza un’apparente pausa, infastidì non poco mrs Wellings che sentì la sua emicrania aumentare esponenzialmente alla quantità di parole che la sua amica continuava, sempre sorridendo, a pronunciare. Ben presto le parole della donna cominciarono, nella mente di mrs Wellings, a ingarbugliarsi fino a quando divenne un vociare sommesso di sottofondo ai suoi pensieri. Le due donne, che ora stavano camminando lungo la via principale, sembravano apparentemente immerse in una fitta chiacchierata che in verità era tutta a favore di mrs Stevenson.
Infatti la sua amica, che le procedeva a fianco, le rispondeva a monosillabi senza capire quasi nulla di quello che le stesse dicendo. D’un tratto però mrs Stevenson accennò a Clarissa e il nome di sua figlia la fece tornare in sé. In un attimo l’emicrania le passò e, con le orecchie tese, ascoltò quello che l’amica le stava dicendo allora:
«Vostra figlia miss Clarissa è davvero un’ottima giovane. Le mie due figlie sono davvero contente di poter avere un’amica tanto gentile e buona. Sono altresì dispiaciute che non possa andare in loro compagnia in gita presso Amesbury»
«Amesbury?! Non è molto lontano da qui…» si intromise mrs Wellings pensierosa.
«Le mie due figlie mi hanno raccontato che non lontano da questo paese si trova un sito interessante. Mi hanno spiegato che in cima a una collina ci sono delle grandi pietre poste in cerchio risalenti a un’epoca remota. Affascinante non credete Mrs Wellings?»
L’amica, che le rispose affermativamente con un cenno del capo, cercò di capire dove la nobildonna volesse arrivare col suo discorso contorto ma, alla fine, si arrese e l’ondata di parole di mrs Stevenson ricominciò con nuovo slancio. Nel frattempo avevano superato la chiesa, salutato il Pastore e alcuni signori con cui stava conversando, e ora stavano camminando lungo il viale alberato.
Il flusso di parole dell’amica fece ripiombare mrs Wellings nella sua penosa emicrania e, non sapendo come concludere definitivamente quell’insopportabile chiacchiera e, vedendo che la propria villa era ancora lontana, decise di cambiare discorso e disse troncando di netto la frase dell’amica:
«Da quello che mi ha riferito mia figlia la festicciola del signor Bresbee è stata un successo»
«Oh sì! Le mie due figlie sono state davvero felici di esserci state. Come vi ho detto poco fa, è stata alla festa del signor Bresbee che hanno deciso di fare la gita vicino a Amesbury. Vostra figlia non può andarci ed è davvero un peccato».
Mrs Wellings, caduta allora dalle nuvole, si convinse di aver perso la parte più interessante di tutto quel contorto discorso e, maledicendosi tra sé per non averlo ascoltato con più attenzione, tentò di formulare il modo per estorcere di nuovo alla sua amica le informazioni più importanti. Una tra tutte: perché Clarissa non sarebbe andata in gita con i suoi amici? Non c’era alcun motivo per rifiutare un invito ma si ricordò allora del carattere fin troppo schivo e timido di sua figlia e, sospirando, non replicò alle parole di mrs Stevenson che, attenta, la osservava ora con curiosità.
Il sospiro dell’amica fu un incentivo a mrs Stevenson per dirle con premura:
«Oh non dovete preoccuparvi! Gli irlandesi sono un popolo mite e gentile. Vostro marito fa bene a portarla con sé. La gita potrà sempre essere rifatta in un altro giorno non credete?».
Stavolta mrs Wellings guardò la sua interlocutrice con stupore domandandosi che cosa c’entrassero gli irlandesi con la gita a Amesbury e soprattutto con suo marito. Il ricordo di una discussione avuta con lui riguardo a un suo viaggio di lavoro la fece però arrabbiare. Gli irlandesi non le stavano particolarmente simpatici e dover commerciare con loro era un vero e proprio ripiego. Ovviamente suo marito era di tutt’altro avviso e quindi, come sempre, impuntandosi perché le donne non capivano nulla di commercio, aveva vinto lui. Sarebbe andato in Irlanda a breve, tra qualche giorno, ma Clarissa non doveva andare con lui, lei in tutta quella storia non c’entrava.
Ora le parole di mrs Stevenson la misero in confusione ma fortunatamente per lei era arrivata di fronte al suo cancello e così, salutando sbrigativamente la sua amica chiacchierona, entrò in casa in cerca di Clarissa. Doveva chiarirsi le idee a riguardo e solo sua figlia poteva sbrogliare la matassa contorta dei suoi pensieri.

La festicciola avvenuta qualche giorno addietro era stata appunto un successo. Arthur Bresbee aveva invitato i suoi amici francesi e anche i propri vicini tra cui Clarissa e le due miss Stevenson.
Clarissa, accompagnata dalle due sorelle, non era particolarmente a proprio agio in quanto anche il signor Sewer era stato invitato e, ricordandosi della strana passeggiata avuta con lui tempo addietro, divenne pensierosa chiudendosi in un mutismo che le due sorelle Stevenson interpretarono subito con la sua timidezza.
Arrivate a destinazione le tre giovani furono accolte da un Arthur Bresbee cortese e gioviale, cosa che affascinò le due sorelle ma non Clarissa che, imperterrita nel suo distacco, non si animò nel rivederlo. Arthur, che sembrò non far caso al comportamento dell’amica, invitò le tre giovani a unirsi alla festicciola in giardino. All’ombra di una graziosa tenda alcuni giovanotti di buona famiglia stavano chiacchierando attorno a un tavolo imbandito con le leccornie di stagione. Alcuni giovani, che Clarissa riconobbe subito avendoli visti al suo primo incontro con Bresbee a Hyde Park, erano in piedi un po’ in disparte mentre altri stavano chiacchierando compostamente seduti a tavola. L’arrivo del nuovo gruppetto animò i giovani che subito si alzarono e si diressero verso le giovani per presentarsi. Arthur, da perfetto padrone di casa, fece le presentazioni che a Clarissa sembrarono troppo cerimoniose e, notando solo allora che Sewer la stava osservando al di là del tavolo, si girò a conversare con un francese che le capitò davanti proprio allora.
Il giovane cominciò subito a chiacchierare con lei ma il suo modo di fare troppo esuberante convinse Clarissa a concludere con un sorriso l’approccio del giovane che rimase sorpreso. Scansato l’invadente giovanotto Clarissa si sedette in disparte cercando di non farsi notare. Il suo disagio era infatti aumentato vedendosi circondata da persone che con lei non avevano nulla a che vedere. Infatti la giovane era l’unica borghese del gruppo e la sua inferiorità di status sociale le era sempre rammentata in ogni piccolo gesto o sguardo innocente che riceveva. Cercando di dissimulare con dei sorrisi cortesi la sua ansia tentò di prestare ascolto agli argomenti di conversazione che i giovani, tornati a sedersi ai propri posti, avevano cominciato allora a introdurre. La chiacchierata generale riguardava gli avvenimenti politici che infervorarono non poco i francesi che, essendo dei soldati, chi capitano e chi tenente, conoscevano in prima persona.
La situazione critica tra il regno di Prussia e la Francia fu trattato dai francesi ovviamente dal loro punto di vista. Era infatti scontato che presto tra le due potenze si sarebbe arrivati al conflitto armato. Arthur, che sosteneva le tesi dei suoi amici, si animò tutto d’un tratto esclamando, diretto a un suo amico:
«Se fosse necessario combatterò al vostro fianco!»
La sua frase fu accolta da risate di scherno perché Arthur era un nobile inglese e l’Inghilterra era neutrale ma il giovane si accalorò e, risentito, rispose alle frecciatine dei suoi amici:
«Sono inglese di nascita ma non di cultura! Ho vissuto con la mia famiglia a Parigi e solo talvolta ritorno in questa terra. Io sono francese quanto voi e quindi mi spetta di diritto combattere a vostro fianco!»
«Quindi, signor Bresbee, se l’Inghilterra entrasse in guerra a fianco della Prussia voi combattereste contro la patria che vi ha dato i natali?»
La domanda del signor Sewer gelò per un attimo l’atmosfera goliardica che si era creata, tutti ora lo fissavano ammutoliti compresa Clarissa che lo osservò con muta sorpresa.
Arthur, non sapendo cosa rispondere, cercò di essere vago dicendo:
«Non vedo il motivo per cui l’Inghilterra dovrebbe entrare in guerra quindi non mi pongo questo dilemma» e, di nuovo sorridente, disse ora al gruppo ancora silenzioso:
«Vi avevo promesso una partita di cricket: ebbene signori seguitemi!»
I francesi si alzarono ricominciando a chiacchierare del più e del meno e, salutando le tre giovani rimaste ai propri posti, si diressero al centro del prato in attesa che la partita iniziasse.
Le squadre furono presto formate e Arthur cominciò a spiegare le regole ai francesi che non conoscevano quel gioco. Le giovani miss Stevenson, nel frattempo, iniziarono sottovoce a commentare ciò che stavano osservando. Susan, la più loquace, disse d’un tratto a Beth:
«Arthur Bresbee è davvero un signore. La sua ospitalità e gentilezza sono da ammirare»
«Immagino che non siano solo le sue qualità interiori a interessarti» le rispose la sorella sorniona. Susan, sorridendo, replicò:
«Il signor Bresbee è senz’altro un bel giovane ma il signor Sewer… »
Susan non riuscì a proseguire la frase in quanto si avvide che Clarissa, seduta non lontano, la stava ascoltando. Subito la giovane cambiò discorso e, stavolta parlando a voce alta, disse diretta a Clarissa:
«Immagino che tu sia felice di far parte di questo gruppo di amici. D’altronde il signor Bresbee è davvero gentile ad averti invitato anche se non capisco come tu sia riuscita a conoscerlo. A ogni modo sei davvero una persona fortunata».
Queste frasi, dette con apparente ingenuità, nascondevano una segreta invidia che Susan celava per l’amica. Clarissa infatti, secondo il pensiero di Susan, non doveva essere lì perché non era nobile e l’amicizia con una borghese era vista da lei come pura compassione, nulla di più. Beth, allarmata da quelle frasi, subito parlò prendendo le difese di Clarissa. Ella infatti disse:
«Susan non essere scortese. Clarissa è stata invitata perché fa parte delle nostre conoscenze»
«Appunto Beth, lei è fortunata» replicò la sorella.
Clarissa, che le ascoltava sconcertata, non sapeva come difendersi e come replicare a quelle ingiuste parole ma, d’un tratto, la voce di Sewer la sorprese. Il giovane infatti aveva ascoltato senza farlo apposta i discorsi delle due sorelle dato che avevano parlato a voce alta. Con tono serio le apostrofò dicendo:
«Scusate ma chi sarebbe la fortunata? E poi per quale motivo?»
e vedendo che entrambe non rispondevano proseguì:
«Essere qui non è un privilegio. Il fatto che miss Wellings sia borghese e che sia una vostra conoscenza non centra nulla col motivo per cui è stata invitata. D’altronde il signor Bresbee non conosce il suo status sociale e perché dovrebbe importargli?».
Gli altri giovani, avendo notato che Sewer non giocava perché impegnato a chiacchierare con le tre giovani, si avvicinarono e Bresbee gli chiese, avendo sentito solo l’ultima frase:
«Di che cosa dovrebbe importarmi signor Sewer?»
Il giovane si girò a fissarlo e subito gli rispose:
«Immagino che non vi importi se qualcuno è nobile o borghese»
«Dipende signor Sewer. Ci sono nobili e nobili, e ci sono borghesi e borghesi»
«Il vostro pensiero è curioso signor Bresbee. Quandi per voi lo status sociale è del tutto relativo»
«Intendevo dire che chi è nobile lo deve essere a prescindere dalla sua classe sociale»
«E chi è borghese invece?» si intromise un francese.
«Francamente non ne ho idea perché non ho amici borghesi ma credo che il concetto si possa allargare anche a loro… certo i borghesi sono tutt’altro» gli rispose Arthur sorridendo.
Il signor Sewer, osservando di sottecchi Clarissa che, muta, ascoltava con lo sguardo a terra, replicò dicendo:
«Sul serio?!» e gli rise in faccia.
Non comprendendo la burla diretta ad Arthur anche gli altri giovani cominciarono a ridere e iniziò una divertente parodia dei modi di fare del “borghese” e del “nobile”.
Arthur, compiaciuto di aver fatto divertire il gruppo, cominciò a imitare con energia i diversi modi di fare incitato dai francesi.
Clarissa, sconvolta, non riuscendo più a trattenersi, si alzò di scatto e senza dire nulla lasciò il gruppo cercando di rientrare al castello. Arthur, non capendo che cosa avesse l’amica, la raggiunse una volta entrato nel salone d’ingresso e lì la vide piangere sommessamente seduta su di un sofà.
Il giovane, stupito, le fu accanto ma, sentendo dalle voci in giardino che anche il resto del gruppo li stava per raggiungere, si precipitò fuori dicendo che sarebbe subito tornato da loro e che Clarissa si era sentita male e che aveva bisogno di stare un attimo da sola.
Sewer, intuito il vero motivo del malessere di Clarissa, prese per un braccio Arthur e insieme rientrarono nel salone. Nel frattempo Sewer gli disse sottovoce:
«Miss Wellings è borghese e il vostro comportamento di poco prima la offesa temo»
Arthur lo guardò stupito ma erano già nel salone e così si sedette accanto alla giovane in lacrime e le disse con garbo:
«Mi dispiace miss Wellings ma non lo sapevo. Vi prego, perdonate la mia mancanza di tatto»
La giovane, asciugatasi le lacrime gli rispose in un soffio:
«Non sarei dovuta venire qui… »
e, dicendo questo, si alzò cercando di calmarsi. Sewer, subito le fu accanto dicendole:
«Non curatevi di quello che vi hanno detto» riferendosi alle due sorelle.
«Non importa signor Sewer… » e dopo aver ripreso fiato disse a entrambi:
«Mi dispiace per l’accaduto ma devo tornare a casa adesso. Grazie per l’invito signor Bresbee »
Arthur, cercando di trattenerla le disse:
«Ma… vi prego miss restate».
Ma vedendo che la giovane avanzava verso la porta che imetteva nell’ingresso le disse:
«Sto organizzando una gita ad Amesbury. Vorrei che veniste… mi farebbe davvero piacere e vorrei anche che dimenticaste il mio brutto comportamento. Vi prego miss, ditemi che verrete»
Sewer, che li osservava serio notò la confusione di Clarissa e il modo imbarazzato della giovane. Evidentemente non sapeva che cosa rispondergli. Il giovane allora disse:
«Credo che miss Wellings non sia nella condizione per rispondervi signor Bresbee»
Clarissa, interpretando quelle parole come una burla, disse agitata:
«Signor Sewer so cosa devo dire» e, riferendosi ad Arthur, continuò:
«Mi dispiace signor Bresbee ma… tra qualche giorno partirò per l’Irlanda con mio padre quindi non fate conto sulla mia presenza».
Dicendo questo fissò prima Arthur e poi Sewer e, con un inchino deciso, li salutò uscendo dalla porta che immetteva nell’ingresso. Lì fu raggiunta dal maggiordomo che subito le offrì i propri servigi riportandola a casa.
Rimasti soli i due giovani si guardarono senza dire nulla e, sospirando, Arthur tornò ai suoi amici per spiegare la partenza di Clarissa e della gita di Amesbury. Sewer, notando l’aria delusa del signor Bresbee, pensò tra sé che forse aveva trovato un rivale e, pensando a questo, sentì il disprezzo per Arthur aumentare sempre più. Qui si concluse per Clarissa la festicciola e, purtroppo per lei, la sua bugia cominciò a divenire realtà. Infatti la notizia che lei sarebbe partita per l’Irlanda rimbalzò prima dalle due sorelle Stevenson a loro madre e poi, come si è visto poc’anzi, da mrs Stevenson alla madre di Clarissa che cadde ovviamente dalle nuvole.

Ora mrs Wellings, rientrata in casa, si diresse subito in camera della figlia e qui la trovò immersa nella lettura di una novella. Lo sconcerto della madre nel vederla tranquilla e serena la urtò e le disse:
«Quando andresti in Irlanda signorina
Clarissa, confusa, replicò:
«In Irlanda?»
«Sì mia cara! Mrs Stevenson ha avuto la cortesia di rammentarmelo peccato che lo abbia saputo da lei e non da mia figlia!»
«Chi te lo ha detto?!»
Mrs Wellings, ormai furiosa, non replicò e, sbattendo la porta, si diresse in giardino dove suo marito stava discutendo col fattore. Notando l’avvicinarsi di sua moglie interruppe i propri affari e le andò incontro. Osservando il suo incedere fermo e deciso intuì che la donna non fosse nella migliore predisposizione per chiacchierare amorevolmente infatti fu investito da rimproveri:
«Mr Wellings! Che idea malsana ti è venuta in mente? Mandare tua figlia in Irlanda! Senza dirmi niente per giunta! Oltretutto sono venuta a saperlo da quella finta santa quale è mrs Stevenson… oltretutto!».
Mr Wellings, uomo accorto e saggio, la lasciò continuare cercando, nel frattempo, di rientrare in casa per non essere uditi dai contadini. Una volta in salotto mrs Wellings parve calmarsi e, sedutasi sulla sua poltrona, si chiuse in un silenzio risentito. L’uomo, avendo capito che c’entrava qualcosa Clarissa, entrò nella sua camera e, in tono risoluto, le chiese i particolari di quella decisione. Clarissa allora si sfogò dicendo che aveva deciso su due piedi perché la situazione che si era venuta a creare alla festicciola di Bresbee era inaccettabile. Raccontati tutti i fatti mr Wellings cercò di rincuorarla e, accompagnatala in salotto, ne parlò con la madre che, attonita, ascoltò il resoconto del marito e le parole della figlia. Alla fine mrs Wellings sbottò infastidita:
«Ebbene questi nobili si credono tanto migliori di noi, beh che pensino quello che vogliono! Clarissa basta soffrire per quello che è successo e se un periodo in Irlanda ti farà dimenticare questi cafoni allora è giusto andare lì. E poi se tuo padre riesce a prendere accordi commerciali con quegli uomini tanto meglio» e ricordandosi allora dello scialle che aveva ammirato quella mattina aggiunse sopra pensiero:
«E poi ho un motivo in più per acquistarlo»
Le parole di mrs Wellings furono accolte da Clarissa con gioia. Ormai era deciso: tra qualche giorno sarebbero dunque partiti per l’Irlanda.

Quarta parte