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lunedì 10 dicembre 2012

Il questionario di Proust


Girovagando per il web ho trovato questo questionario con le risposte di Marcel Proust. 

Leggendo quello che ha scritto mi ha fatto sorridere soprattutto questa risposta: 


Stato attuale del mio animo. 
Il fastidio di aver pensato a me per rispondere a tutte queste domande. 


Semplicemente geniale! 



lunedì 3 dicembre 2012

Riflessioni da "Il Gattopardo"

Il romanzo "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa è molto interessante e offre degli spunti di riflessione. Quello che propongo qui di seguito è un brano in cui Don Fabrizio, principe di Salina, espone a Chevalley le sue idee riguardo i siciliani. 
Consiglio la lettura di questo libro anche perché i meccanismi sociali e culturali descritti nel libro sono presenti tutt'oggi nella nostra società. 

"[...] noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto "adesione" non "partecipazione". In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare". Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il "la"; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso."
Adesso Chevalley era turbato: "Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato."
"L'intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s'impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto."